Negli ultimi decenni la fantascienza ha cambiato modo di parlare del futuro. L’utopia, per secoli, è stata uno spazio di progetto: da Thomas More in poi, serviva a immaginare società diverse, a mettere alla prova modelli alternativi. Con il Novecento questa spinta si incrina. Tra guerre e crisi politiche prende forza la distopia: non più costruire un altrove, ma mostrare cosa può andare storto.

Col tempo questo sguardo si allarga. La distopia diventa un modo abituale di raccontare il presente: controllo, crisi ambientale, disuguaglianze. Non è più solo futuro. Assomiglia sempre più a qualcosa che riconosciamo.

Negli stessi anni cresce anche quella che viene chiamata cli‑fi, la climate fiction: storie che partono dal cambiamento climatico e ne mostrano effetti concreti sulla vita e sui territori.

All’inizio queste storie sono spesso catastrofiche. Più di recente cambia il punto di vista: meno fine del mondo, più quello che viene dopo. Come si vive, cosa si fa, da dove si riparte.

Qui che si inserisce il solarpunk. Non torna all’utopia classica e non nega la crisi: parte dal fatto che il problema è già qui e prova a raccontare cosa si può fare per andare oltre.

Su questo passaggio ci sarebbe molto da dire, ma vale la pena fermarsi qui. È anche il punto da cui nasce Solarpunk. Nuovi sguardi sul domani, Urania Speciale n. 49 (supplemento a Urania n. 1752, luglio 2026) curato da Franco Ricciardiello, in edicola a partire da luglio 2026 e disponibile anche in formato ebook sulle principali piattaforme digitali.

E quindi bando alle ciance, veniamo alla parte interessante: lasciamo parlare chi il libro l’ha curato.

 

🐋   Nell’introduzione parli di “distopizzazione dell’immaginario” e osservi come la distopia sia diventata una “moda di massa” nel nuovo millennio. Da dove nasce l’esigenza di costruire un volume che va in un’altra direzione, e come questa scelta ha inciso in concreto sulla struttura del libro?
L’esigenza nasce appunto dalla mortificante pervasività di questa contemporanea, infelice corrente neodistopica che ha appiattito la fantascienza su una visione del futuro stereotipata, allontanando legioni di lettori, soprattutto giovani. La cinematografia di fantascienza è ridotta a una storia di effetti speciali applicati a traballanti ambientazioni distopiche, con trame basate su un’improbabile ribellione individuale. Ciò che oggi definiamo Distopia è una perversione dell’anti-utopia del secolo scorso, non è più un monito contro derive politiche autoritarie ma un genere consolatorio, conservatore: se questo mondo ti sembra brutto, guarda cosa potrebbe accadere in futuro, e accontentati di ciò che hai!

🐋   Guardando i racconti, si ha l’idea di un campo molto aperto ma non indefinito. Come hai deciso cosa rientra nel solarpunk e cosa invece no? E, di conseguenza, che cosa hai lasciato fuori?
La risposta è semplice: da una parte ho chiamato a contribuire autrici e autori che sapevo avrebbero centrato l’argomento, sia perché già ne hanno scritto, sia perché sento in loro un’affinità con il genere; dall’altra ho sollecitato un lavoro soprattutto letterario sull’idea, la trama, i personaggi, lasciando che fosse la scrittura a definire il genere e non il contrario. In realtà non ho escluso nessuno, i nomi che compaiono sono quelli che ho invitato; semmai ho lavorato con loro sul testo, in maniera pervasiva e approfondita, sia approvando in qualche caso “soggetti” preliminari alla scrittura, sia sottolineando in qualità di curatore interventi su singoli passaggi del testo.

🐋   I testi sono molto diversi tra loro, ma messi in sequenza producono comunque un effetto preciso. Come hai lavorato sull’ordine dei racconti e sull’immagine del presente che ne esce?
Grazie, è lusingante che tu abbia notato questa cosa. L’ordine è semplicemente dettato dal mio ormai pluridecennale istinto di curatore: si inizia con un’idea hard in senso fantascientifico, visionaria, ambientata su un remoto pianeta, e si termina con un racconto invece estremamente realista, terrestre. Le sfumature intermedie di stile, argomento, ambientazione dovrebbero fornire al lettore un’idea non del presente, per la verità, ma di una fantascienza nuova che è in grado di dire ai lettori cose che la fantascienza tradizionale non riesce più a esprimere.

🐋   Nell’antologia incontriamo conflitto, ambiguità, visioni anche opposte sul ruolo della tecnologia. È stata una scelta per evitare un’idea troppo semplificata o rassicurante del solarpunk?
L’atteggiamento della civiltà umana nei confronti della conoscenza, della scienza e della tecnologia ha sempre oscillato tra accettazione acritica e totale rifiuto, con tutte le gradazioni intermedie. Lo vediamo bene oggi con l’intelligenza artificiale. Anche la fantascienza del passato non ha avuto un atteggiamento univoco; c’erano autrici e autori entusiasti del progresso scientifico-tecnologico, e altri che denunciavano i pericoli di una sperimentazione fuori controllo. Il solarpunk è qui per dirci che non dobbiamo temere il futuro, ma dobbiamo mobilitarci per cambiarlo, e farlo adesso, oggi, cominciando dalla nostra mentalità; è questa la funzione della letteratura, della cultura. Ciò che davvero dobbiamo temere è il presente, non il futuro.

🐋   Accanto ai racconti hai inserito una cronologia del movimento e una parte saggistica. Quanto contava che il libro fosse anche uno strumento di orientamento, e non solo una raccolta?
Questo è un aspetto estremamente importante, spesso trascurato dai lettori di fantascienza; ho notato dai social che molti tendono a privilegiare un’interpretazione individuale e soggettiva di ciò che leggono, invece è importante inquadrare il fenomeno in una cornice, comprendere ciò che è stato prima, dove nasce l’esigenza di nuovi sguardi sul domani, come recita il sottotitolo — e si noti il plurale, nuovi sguardi. Mi ha fatto molto piacere che il direttore di Urania, Franco Forte, abbia esplicitamente sollecitato una congrua sezione critica, come d’altronde è già avvenuto nei precedenti Urania Speciale degli anni scorsi.

🐋   Nel tuo racconto, “Tre lezioni di tenebre per il mercoledì”, mostri un futuro dove le cose non funzionano subito: si prova, si sbaglia, si ricostruisce lentamente, anche partendo da un disastro. Che funzione ha questo testo dentro l’antologia?
Forse sono il meno indicato per interpretare il mio racconto, tuttavia, vorrei precisare che ai miei occhi si tratta di un’utopia; però non dobbiamo immaginare che nell’utopia a venire ogni conflitto sia pacificato, ogni individuo in pace con se stesso accetti di essere una parte del tutto senza tentare di emergere. Ci saranno sacche di resistenza, di individualismo esasperato, di patologia sociale. Una storia che racconti un futuro solarpunk in cui ogni cosa funziona e tutti vanno d’accordo è come un romance in cui il personaggio X ama il personaggio Y e ne sia ricambiato: non è letteratura, è una barzelletta.

 

 

🐋   “Non è l’assenza di conflitto” (Davia), “Fare cerchio” (Repetto) e “Cartolina dal Lago Maggiore” (Braggion) mettono al centro comunità che provano a funzionare in modi diversi, tra tensioni e vita quotidiana. Ti interessava mostrare che il solarpunk si gioca soprattutto lì, nelle forme concrete dello stare insieme?
È esattamente così, ma non è un impulso del sottoscritto: dobbiamo riconoscere alle autrici e agli autori la condivisione di questa visione comunitaria, plurale, solidale — un aspetto che manca totalmente nella classica science fiction inglese e soprattutto statunitense, irrimediabilmente impegnate a sostenere il valore dell’individuo a detrimento della collettività, tranne lodevolissime eccezioni come Kim Stanley Robinson, Ursula Le Guin, Cory Docrotow. La sociologia e l’antropologia ci insegnano invece che in caso di grandi disastri, le comunità sviluppano una solidarietà che fornisce l’energia necessaria a sopravvivere. Nell’appendice critica Abbate e io abbiamo citato il filosofo Robert Nozick: “Utopia consisterà di utopie, di molte comunità differenti e divergenti in cui la gente conduce diversi generi di vita sotto diverse istituzioni”. Questo è solarpunk: la possibilità che ognuno si riconosca in una delle utopie che dovranno popolare il nostro futuro.

🐋   “Gong” (Carducci e Fambrini), “Diagramma di flusso con svarione” (Gatti), “Semina di ossa e terra” (Drago) ed “Eloisa e la bomba” (Abbate) lavorano su trasformazioni dell’umano molto diverse — mente, memoria, corpo. Era importante tenere insieme questi livelli, senza ridurre il discorso ecologico al solo ambiente?
La catastrofe climatica di origine antropica è reale, è già qui, e al tempo stesso è solo una metafora di ciò che il capitalismo ha fatto all’umanità. From Ronald to Donald: da Reagan fino a Trump, con il tramonto delle ideologie egualitarie, si è imposta l’idea di un liberalismo sempre più feroce, di oligopoli sempre più tecnocratici fondati sullo sfruttamento del pianeta e della vita umana, con la rimozione del controllo degli stati nazionali e, di conseguenza, della volontà popolare. Non si può curare il sintomo, la crisi ecologica, ignorando la causa, il tardo capitalismo fossile.

🐋   “Memetica del collasso” (Torba) e “Gomma” (Treves) mostrano società che vengono dopo la crisi, quando il problema non è più sopravvivere ma continuare a funzionare. Ti interessava spostare lo sguardo proprio su quel “dopo”?
In quel “dopo la catastrofe” si trova il cuore utopistico del solarpunk. Ci sono nell’antologia autori che si concentrano sul momento della crisi climatica e democratica, altri sul suo superamento, ma è il mondo nuovo che stimola di più l’invenzione sociale, e siccome il solarpunk è fantascienza sociale, è esattamente in quel tipo di ambientazione post-qualcosa che possiamo individuare la sua funzione di indicazione politica per il presente.

🐋   Nel complesso, i racconti non costruiscono un’immagine unitaria, ma una serie di tentativi anche molto diversi tra loro. Questo pluralismo era un obiettivo fin dall’inizio?
È scritto sul Manifesto di Solarpunk Italia che il concetto di solarpunk è “in divenire, come il mondo al quale cerca di riconnetterci”. La pluralità è una sua componente essenziale, però non definirei “tentativi” le differenti ambientazioni dei racconti: piuttosto “visioni”, dato che sono sfaccettature di un cristallo unico, un cristallo che ci permette di immaginare il futuro. E sappiamo quanti scienziati, ricercatori e inventori affermino di avere ricevuto la prima scintilla dell’idea che li ha resi famosi da un libro di fantascienza.

🐋   Dentro il libro convivono racconti più narrativi, altri più speculativi, altri ancora molto concreti. È un equilibrio cercato o emerso dal materiale?
Direi emerso in maniera naturale dalle diverse sensibilità dei nomi che trovate sul frontespizio del volume: quattro redattori di Solarpunk Italia che da oltre cinque anni frequentano il genere; quattro firme già apparse nella collana di ebook solarpunk Atlantide; tre nomi con i quali ho lavorato per la prima volta; autori e autrici sulla breccia da decenni, altri non proprio esordienti, ma meno pubblicati: diverse generazioni, diverse letture, diverse esperienze — ecco il segreto di questo amalgama che, sì, ho perseguito scientemente.

🐋   Alla fine, perché questo libro serve adesso? Che cosa può dare oggi a un lettore che ha già attraversato anni di fantascienza distopica?
Innanzitutto, può dare dieci ottime storie, indipendentemente dall’idea e dal genere letterario; poi può dare una fantascienza che se non possiamo definire semplicemente “ottimista”, quanto meno recupera uno dei suoi valori originari, cioè, per dirla con Neal Stephenson, “stimolare l’innovazione nel campo della scienza e della tecnologia”, sociologia e scienza politica comprese. L’altro valore originario, il senso del Meraviglioso, è insito nel nucleo immaginativo del solarpunk.