Funerale contromano

Autore: Emiliano Moccia

Editore:  Les Flaneurs

Data pubblicazione: ottobre 2025

ISBN: 979-1254512173

Pagine: 104

Formato: brossura

 

 

 

La letteratura, a volte, serve a rimettere a fuoco ciò che abbiamo disimparato a vedere. Funerale contromano di Emiliano Moccia fa esattamente questo: non alza la voce, ma sposta lo sguardo. E nel farlo restituisce peso e dignità a quelle esistenze che la cronaca liquida in poche righe e che la società preferisce non nominare.

Il romanzo — pubblicato da Les Flâneurs Edizioni nella collana Montparnasse — procede con una discrezione che non è timidezza, ma metodo. Moccia sceglie di raccontare il mondo dei braccianti, dei migranti, dei senza dimora senza trasformarli in simboli o in categorie, ma restituendo loro la complessità di persone che vivono, perdono, resistono.

La storia si apre su due figure che condividono una stanza in un dormitorio: Ibra, immigrato che lavora nei campi, ed Emanuele, giornalista in crisi. Le loro vite scorrono parallele, unite solo dalla precarietà. Finché la morte del nipote di Ibra, Said, in un incidente che coinvolge altri nove braccianti, non li costringe a un gesto che è insieme promessa e restituzione: riportare il corpo nel paese d’origine.

Da qui si dispiega una coralità inattesa. Attorno ai protagonisti si muovono “personaggi piegati dalla vita” che si uniscono per raccogliere i fondi necessari al rimpatrio. È una comunità fragile, intermittente, ma capace di un’energia morale sorprendente: migranti, dimenticati, lavoratori sfruttati che si attivano per garantire a Said ciò che spesso neghiamo ai vivi e ai morti allo stesso modo — il diritto a una casa, a un nome, a un luogo in cui essere ricordati.

È qui che emerge quella che potremmo chiamare un’epica delle vite minute.

Minute non per valore, ma perché continuamente rimpicciolite dallo sguardo degli altri: dalle istituzioni che le tollerano più che riconoscerle, dai cittadini che le attraversano senza vederle, dai meccanismi economici che le consumano come forza-lavoro intercambiabile. Eppure, proprio queste vite minute diventano capaci di un gesto che ha la forza dell’epica: un’azione collettiva che nasce dal basso, da chi non ha nulla, e che proprio per questo vale di più.

A ben vedere, il gesto che muove il romanzo si iscrive in una tradizione antichissima: quella del nostos, il ritorno. Ma qui il ritorno non è quello dell’eroe che rientra nella propria casa dopo aver attraversato il mondo; è un nostos rovesciato, un viaggio che non restituisce un vivente alla sua comunità, ma un corpo alla sua terra. È un ritorno senza gloria, senza canto, senza la promessa di un futuro: e proprio per questo, paradossalmente, più ricco di significato. Se l’Odissea celebrava la tenacia dell’individuo che sfida il mare e gli dei, Funerale contromano racconta la tenacia di una comunità marginale che sfida l’indifferenza, la burocrazia, la povertà per compiere un atto di restituzione.

In questo rovesciamento si coglie la forza epica del romanzo: non l’epica delle imprese, ma quella della responsabilità. Il viaggio di Ibra ed Emanuele non attraversa isole incantate né mostri mitologici, ma incontra ostacoli altrettanto concreti e insidiosi: documenti mancanti, costi insostenibili, confini che si chiudono. Eppure la struttura è sorprendentemente affine a quella dei poemi antichi: il viaggio come prova, come misura dell’umano, come spazio in cui si rivela ciò che una comunità è disposta a fare per uno dei suoi.

Qui il funerale assume un valore centrale. Nell’Iliade, il funerale di Patroclo è il momento in cui la comunità si ricompone attorno al corpo dell’amico perduto, riconoscendo nella cura dei morti la propria identità più profonda. Allo stesso modo, il funerale di Said non è un semplice rito, ma un atto fondativo: restituisce un nome a chi rischiava di diventare cifra, restituisce un luogo a chi era stato sradicato, restituisce memoria a chi la società aveva già dimenticato. È un gesto che ricuce ciò che la morte — e prima ancora lo sfruttamento — aveva lacerato.

Così, in un romanzo che rifiuta ogni retorica, si accende una forma di epica inattesa: un’epica che non nasce dall’eccezionalità, ma dalla cura; non dalla forza, ma dalla fedeltà; non dalla vittoria, ma dalla volontà di accompagnare qualcuno fino all’ultimo tratto del suo cammino. Un’epica che non chiede di essere celebrata, ma semplicemente riconosciuta.

Questa è l’epica di Moccia. Giornalista, che da anni attraversa i territori dell’immigrazione, dell’economia civile e delle marginalità, sceglie una scrittura che non spettacolarizza e non addolcisce. Preferisce la precisione all’enfasi, la cura dello sguardo alla retorica. È una prosa che si muove con discrezione, ma che lascia tracce profonde: non cerca l’effetto, cerca la verità delle relazioni, dei gesti, delle assenze.

Funerale contromano è un romanzo che rimette al centro ciò che di solito resta ai bordi. Non chiede adesione emotiva, ma disponibilità all’ascolto. E nel farlo mostra come, anche nelle vite più minute, possa accendersi una forma di grandezza: non quella delle imprese, ma quella della responsabilità reciproca. È un libro che resta perché restituisce peso alle cose che la cronaca consuma in fretta, e perché ricorda che la dignità non è un tema: è un luogo da cui guardare il mondo.

  • Perché si : «Perché questo romanzo restituisce spessore a vite che abbiamo ridotto a rumore di fondo: non le celebra, non le assolve, ma le rimette al centro con una chiarezza che costringe a guardare ciò che la cronaca liquida in due righe e che la società preferisce ignorare.»
  • Perché no: Non costruisce eroi, non addolcisce le ferite, non trasforma il dolore in spettacolo: ti chiede di restare dentro la complessità dei fatti, e questo può risultare scomodo a chi cerca una storia che rassicuri invece di mettere in discussione.