ARTURO è la collana con cui Les Flâneurs Edizioni ha scelto di dedicare uno spazio preciso all’adolescenza e alla giovane età adulta. La dirige Riccardo Lestini, scrittore, saggista, regista teatrale e docente di Lettere, con un percorso che attraversa narrativa, teatro civile, cinema, musica e insegnamento.
Il catalogo comprende cinque titoli. Non te lo dico di Ginevra Sassi riunisce un gruppo di amici nell’attesa seguita a un incidente in moto. Il posto migliore di Carlo Picca racconta l’esperienza di un giovane docente in una classe di adolescenti considerati “difficili”. L’estate di Flora di Luciana Zompì attraversa l’amicizia fra due ragazze e le conseguenze di paure e traumi irrisolti. Il potente spettacolo continua di Concetta Ricottilli entra nella vita di una classe di un istituto tecnico e nel rapporto fra un’insegnante e i suoi studenti. Libri diversi per voce, ambientazione e struttura, riuniti nello stesso spazio editoriale.
A questo catalogo appartiene Ragazzi con l’aureola di Costanza F. Nata e residente a Prato, laureata al DAMS di Bologna, l’autrice lavora nel settore delle politiche sociali e dell’immigrazione. Prima di questo romanzo ha pubblicato Giallo come le rose e Favole senza morale.
La storia si svolge nel 1998 a Vico, una cittadina immaginaria della provincia toscana. Marco e tre amici appassionati di letteratura costruiscono un universo parallelo nel quale realtà, immaginazione e citazioni cominciano a confondersi.
Abbiamo incontrato Riccardo Lestini e Costanza F. per parlare di ARTURO e di Ragazzi con l’aureola: la collana vista da chi la dirige, il romanzo raccontato da chi lo ha scritto.
🐋 A RICCARDO LESTINI: Hai definito “leopardiana” la tua visione della giovinezza e hai criticato il paternalismo con cui gli adulti tendono a osservarla. In che modo questa posizione si è tradotta nella linea editoriale di ARTURO? Che cosa cerchi in un manoscritto per capire se racconta davvero l’adolescenza, invece di guardarla dall’esterno?
Il paternalismo, specie quello sociale, è un crimine di proporzioni inimmaginabili. Non solo mortifica, banalizza e liquida degli esseri umani proprio nel momento delicatissimo in cui hanno appena trovato la propria voce e, soprattutto, il proprio modo di farla sentire. Annichilisce e distrugge anche un futuro possibile. Proprio come diceva Leopardi, continuiamo a edificare società incapaci di mettere a frutto gli ardori giovanili.
È inevitabile che ARTURO risenta di questo pensiero, una delle ossessioni più ricorrenti della mia vita. L’idea è stata, ed è tuttora, quella di creare uno spazio che dia voce a quella stagione della vita senza castrazioni o censure. E senza facili idealismi: ARTURO non vuole parlare di giovinezza perché il tempo che passa ci immalinconisce. La voce della gioventù, della «meglio gioventù», è il nostro presente. È l’unica possibilità che abbiamo di avere ancora un futuro.
🐋 A RICCARDO LESTINI: Perché avete scelto ARTURO come nome della collana? Quale idea di crescita volevate racchiudere in questa scelta?
Quando si inizia un’avventura, il nome è sempre un problema enorme. Questo caso non ha fatto eccezione: per mesi è stata semplicemente «la collana sull’adolescenza». Poi, durante una riunione di redazione con Annachiara Biancardino, direttrice editoriale di Les Flâneurs, siamo finiti a parlare di Elsa Morante.
Eravamo d’accordo sul fatto che nessuno, come Morante ne L’isola di Arturo, abbia saputo restituire l’adolescenza con leggerezza, poesia, autenticità e dolore. A quel punto, ARTURO ci è sembrato non la scelta migliore, bensì l’unica possibile.
🐋 A ENTRAMBI: Che cosa significa per voi young adult? E quale idea del lettore giovane distingue ARTURO da una collana che si limita a individuare una fascia di mercato?
RICCARDO: Per me young adult non significa niente. È un’etichetta come tante altre e, in quanto tale, non va oltre la semplificazione e il bisogno di catalogare e incasellare. Infatti, ho cercato e cerco di non definire mai ARTURO una collana young adult. Non per idiosincrasia verso gli anglicismi, bensì perché rifiuto l’etichetta.
Alla fine, young adult è una sorta di cartello con scritto: «ALT, io non posso entrare; questo scaffale può essere frequentato soltanto dagli under 20». Si tratta di un limite, mentre la letteratura è, o almeno dovrebbe essere, l’abbattimento dei limiti. Ferlinghetti scriveva: «La letteratura esiste perché degli uomini si ostinano a mettere i fiori in prigione». Ecco, ogni volta che applichiamo un’etichetta mettiamo un fiore in prigione. Anziché fare arte, letteratura e cultura, uccidiamo l’arte, la letteratura e la cultura.
ARTURO ha una linea editoriale precisa. Abbiamo deciso di parlare di adolescenza, perciò è ovvio che ci aspettiamo che quella fascia d’età sia la prima a interessarsi ai nostri libri. Siamo però convinti di trattare argomenti capaci di suscitare l’interesse dei lettori di qualsiasi età.
Il problema della smania di catalogare le fasce di mercato è che si finisce per cercare prima il lettore e poi lo scrittore. È come mettere prima le scarpe e poi i calzini. Noi partiamo dal libro, dalla sua autenticità, dal suo stile. Il pubblico è una conseguenza.
COSTANZA: Scrivere storie di adolescenti significa affrontare il tema universale della ricerca di sé stessi, della propria identità autentica e del proprio posto nel mondo. Per la prima volta, durante l’adolescenza, ci si domanda chi si vorrebbe essere, nell’infinito campo di possibilità della vita.
A quell’età, come canta Guccini, «tutto è intero, tutto è chi lo sa»: è una citazione che ho riportato nel romanzo. In questo senso, scrivere young adult significa scegliere di trattare il tema dell’identità, perché l’adolescenza è anche l’età alla quale si può tornare quando, da adulti, ci si perde, per ritrovare i propri sogni e i desideri più profondi.
Il mio romanzo non si rivolge soltanto agli adolescenti. Si rivolge a tutti i lettori che vogliono capire e rivivere quell’età.
🐋 A RICCARDO LESTINI: Non te lo dico, Il posto migliore, L’estate di Flora, Il potente spettacolo continua e Ragazzi con l’aureola sono libri molto diversi per genere, struttura e intensità. Quale idea della crescita li rende parte dello stesso catalogo?
L’adolescenza non deve essere né una categoria protetta né un inferno di problematiche. È una stagione della vita complessa, contraddittoria e, soprattutto, non univoca.
L’idea distorta che genera la categoria young adult, di cui parlavo prima, uniforma e omologa. Arriva il momento in cui l’adolescenza viene identificata soprattutto con il bullismo e allora si pubblicano cinquanta romanzi sul bullismo. Poi si passa alla moda della droga, quindi a quella delle gare clandestine e così via.
ARTURO vuole sfuggire agli stereotipi, offrendo una visione contraddittoria, non pacificata e molteplice, nella quale si passa dalla sfera sessuale alla formazione, dalla malattia all’esclusione. Lo fa attraverso stili, storie ed epoche differenti.
Cerchiamo libri diversi per rappresentare un caleidoscopio e valorizzare la diversità. Per fortuna, gli adolescenti sono individui. I nostri libri si rifiutano di ridurli a una massa.
🐋 A ENTRAMBI: Che cosa ha portato Ragazzi con l’aureola, nato nel territorio del noir, dentro ARTURO? Come avete lavorato perché la sua collocazione nella collana non ne modificasse l’identità?
RICCARDO: Prima di tutto, Ragazzi con l’aureola è un bellissimo romanzo, a prescindere dalla sua collocazione in ARTURO. E lo è perché Costanza è una bravissima scrittrice. Quindi, in prima battuta, il manoscritto ha attirato la mia attenzione proprio in virtù di questo.
Detto ciò, il libro è a tutti gli effetti un romanzo di formazione, capace di accendere i riflettori su questioni particolarmente complesse. Ci prende per mano e ci porta all’inferno, in un lato oscuro, scomodo e rimosso della giovinezza. E lo fa in maniera autentica, senza mediazioni, senza compiacimenti «maledetti» e senza stereotipi.
È proprio quello che cerco: romanzi sinceri, scomodi, spericolati. Non abbiamo dovuto piegare il romanzo alle esigenze di ARTURO. Il manoscritto che Costanza mi ha presentato era già adatto alla collana.
COSTANZA: In realtà, durante il lavoro di editing, non abbiamo modificato molto la struttura. Sono l’autrice di un altro romanzo, Giallo come le rose, e dopo questo giallo ero convinta di scrivere un noir, finché non ho terminato la prima stesura di Ragazzi con l’aureola. Solo allora mi sono accorta che aveva tutti gli elementi tipici del romanzo di formazione, a partire dalla presenza di un giovane protagonista alla ricerca di sé.
Il mistero da scoprire resta soltanto la causa del suo profondo disagio, che lo porta all’estrema devianza, all’interno di una sottotrama noir. In fondo, neanche Giallo come le rose rientra propriamente nel genere indicato dal titolo. I protagonisti sono una comitiva di giovani outsider che, collaborando all’indagine sull’omicidio di una coetanea, raccontano il proprio disagio.
Insomma, il lavoro svolto con Riccardo mi sta facendo riflettere molto anche sulla mia identità di scrittrice.
🐋 A COSTANZA F.: Il libro nasce come un racconto noir di circa ventimila battute destinato a Favole senza morale. Quale esigenza narrativa ha reso insufficiente la forma breve?
Il racconto originale conteneva quasi tutta la trama, ma sentivo l’esigenza di approfondire l’interiorità del protagonista, Marco, il giovane assassino che narra la vicenda in prima persona, dal proprio punto di vista, cercando dentro di sé una spiegazione al suo comportamento insensato. Perché un ragazzo che, in apparenza, ha una vita perfetta diventa Mago, uno spietato serial killer? Marco, come il lettore, si pone questa domanda.
Gli altri membri della sua banda criminale hanno poi attirato la mia attenzione, chiedendomi a loro volta di raccontare il loro malessere. Non potevano più essere figure di contorno. Dovevano diventare personaggi altrettanto vivi, ognuno con il proprio trauma da affrontare e un mistero da svelare.
È stata la parte più complessa e intensa da scrivere, perché ognuno incarna, a modo proprio, il dolore della crescita. Questo ha spostato il centro della storia dai crimini della banda all’indagine interiore.
🐋 A COSTANZA F., POI A RICCARDO LESTINI: Perché hai scelto di ambientare la storia a Vico nel 1998? Come hai fatto convivere l’invenzione narrativa con la memoria personale e la ricostruzione documentaria?
COSTANZA: Tutte le mie storie sono ambientate in questa cittadina immaginaria della provincia toscana, che ricorda la mia città, Prato, perché riesco a raccontare soltanto ciò che conosco bene. Ho scelto un nome molto comune, Vico, presente in diverse regioni italiane e il cui significato è «villaggio». Il luogo assomiglia più a un grande paese che a una metropoli e restituisce l’idea di una cittadina anonima, come tante altre.
Pensavo a Twin Peaks o alla Springfield dei Simpson come sfondo. Il quartiere delle Casacce, la periferia industriale e disagiata di Vico, compare nella storia, che si svolge anche in altre zone. La banda criminale s’incontra sulle rive della tenebrosa Cala del Pipistrello, mentre nella vita quotidiana i protagonisti frequentano il liceo classico, il centro cittadino e ambienti prestigiosi. Romanzo dopo romanzo, sto ricostruendo la mappa della mia cittadina immaginaria.
La storia si svolge nel 1998 perché, per la mia generazione, è l’anno in cui è rinata la contestazione giovanile, dal movimento studentesco a quello contro la globalizzazione. Si tratta di un evento decisivo nella vita del protagonista, Marco. Quando rimane coinvolto nelle proteste degli studenti, Marco comprende che, per superare il proprio disagio, può provare a cambiare ciò che non gli piace del mondo e rinunciare alla sua doppia vita.
In questa parte del romanzo c’è una ricostruzione quasi documentaria del periodo. Oltre alle mie memorie, avevo molti reperti originali, come articoli di giornale e verbali d’assemblea, che mi hanno permesso di descrivere realisticamente il contesto sociopolitico. Riccardo, durante il lavoro di editing, mi ha aiutata a definire meglio questo aspetto.
RICCARDO: La dimensione della provincia è uno degli aspetti che rendono il sentire di Costanza molto vicino al mio. La mia Ponte Rabbione è ancora più piccola della sua Vico: un vero e proprio paesino nel quale il microcosmo è ancora più compresso. Questo forse rende Ponte Rabbione più incline alla rappresentazione tragicomica e grottesca, mentre Vico, che ha il respiro di una cittadina, vive di ambientazioni più fosche e inquietanti.
Vico è una Twin Peaks, una Derry. Ponte Rabbione è una Miragno, una Santo Stefano Belbo. Quest’ultima esiste davvero, ma rende l’idea.
Ispirarsi a un luogo reale, come fa Costanza con Vico e come faccio io con Ponte Rabbione, mantiene la storia e i suoi personaggi ancorati alla più pura autenticità e li rende credibili. Trasformare quel luogo in qualcosa di fittizio libera lo scrittore e gli consente un movimento che la realtà assoluta non permetterebbe. Paradossalmente, questo rende il tutto ancora più autentico. «Tutto è finto, ma niente è falso», come diceva Gigi Proietti a proposito del teatro.
🐋 A COSTANZA F.: Leggendo il romanzo, ho visto nel gruppo un meccanismo in cui ciascuno rende credibili le fantasie degli altri, finché il gioco diventa azione. Nella mia recensione ho scritto che i ragazzi «dividono la colpa, ma moltiplicano e rafforzano le fantasie». Come hai costruito questo passaggio e che cosa accade, nel gruppo, alla responsabilità individuale?
La responsabilità individuale non esiste. Il capo, eletto democraticamente dalla banda, ha un potere assoluto sugli altri membri: è la prima regola. In questo modo, la responsabilità di ogni decisione ricade su Marco, che tuttavia non ne sente il peso proprio perché è stato scelto dagli altri.
Marco non conosce il confine tra realtà e immaginazione. Per lui, uccidere una donna non è diverso dal guardare al cinema una scena di Arancia meccanica. L’hai descritto benissimo nella tua recensione: gli altri membri della banda, leali al loro capo, «moltiplicano e rafforzano» il suo delirio.
Inoltre, quando commette i suoi crimini, Marco non è sé stesso: è Mago, il suo doppio. Anche gli altri membri della banda hanno un’identità nella vita reale, che si svelerà nel corso della storia. Sono ragazzi scissi, che affidano ogni responsabilità ai personaggi immaginari che interpretano quando uccidono: Mago, Probo, Martire e Beirut. Agiscono come se fossero altre persone.
Ho presentato questo romanzo al Prato Crime Festival insieme al dottor Roberto Troisi, psicologo e autore del saggio di psicoterapia Le trame del trauma. Dare voce all’indicibile. Troisi ha individuato una serie di psicopatologie legate al trauma nelle dinamiche della banda. È stato un confronto molto interessante sulla psicologia dei miei personaggi.
L’ultimo aspetto è il potere della parola. Le donne uccise sono definite «oggetti», come se diventassero cose anziché persone, qualcosa che si può prendere e rompere senza rimorso. Così la coscienza viene messa a tacere e la banda procede senza avvertire la responsabilità delle proprie azioni.
Tutto cambia quando la banda decide di uccidere alcune compagne di scuola, persone e non più cose. Soltanto allora la responsabilità delle scelte mette in crisi Marco e determina una svolta importante nella sua storia.
🐋 A ENTRAMBI: Leggendo Ragazzi con l’aureola, mi è sembrato centrale che comprendere Marco non equivalga mai ad assolverlo. Come si racconta il disagio giovanile senza trasformare le ferite di un personaggio in una spiegazione rassicurante del male?
COSTANZA: L’intento del romanzo non è educare, bensì instaurare un dialogo e cercare di comprendere il disagio giovanile, senza giudicarlo. Marco, che racconta la vicenda dal proprio punto di vista, va ascoltato. Non deve essere condannato prima di aver compreso il trauma che lo rende un terribile criminale.
La spiegazione, che non posso svelare, non sarà rassicurante, perché il male, come il bene, è dentro ognuno di noi. Ho scelto un caso estremo, il leader di una banda di giovani assassini seriali, per analizzare a fondo il tema del male e dell’eterna lotta con il bene, che a quell’età è legata anche alla costruzione dell’identità.
Nel mio romanzo, ciò che rassicura è riuscire a comprendere questo male, imparare a gestirlo affinché non diventi un alibi e provare a superare le ferite del passato per evitare di trasformarsi in persone orribili, con gli altri e con sé stessi. L’arte è uno strumento per liberarsi, come racconta uno dei protagonisti, e per rielaborare il nostro dolore, perché ha il potere di guarire le nostre ferite.
RICCARDO: Viviamo tempi purtroppo assurdamente manichei. Condannare significa uccidere, comprendere significa assolvere. O di qua o di là, come se fossimo allo stadio. Sfuggiamo a tutto questo, almeno nel nostro caso, grazie a libri come quello di Costanza, che hanno il coraggio e l’intelligenza di guardare alla complessità della vita.
🐋 A COSTANZA F.: Quando ho letto Ragazzi con l’aureola, ho notato che Marco usa la letteratura, la poesia e il cinema non soltanto per capire il mondo, ma anche per costruirsi un’immagine più grande, tormentata e interessante. Quando la cultura diventa uno strumento di conoscenza e quando, invece, si trasforma in una maschera o in un alibi?
Per Marco, la letteratura, la poesia e tutte le arti sono strumenti per interpretare la realtà, soprattutto per evadere dalla quotidianità. L’arte può essere intesa come una maschera. In realtà, rappresenta una possibile via d’uscita dal malessere quotidiano, un’altra vita da immaginare, un modo per gestire il dolore.
L’aureola del titolo è un riferimento al poeta maledetto Charles Baudelaire, che la descrive come un simbolo dell’arte poetica. In un suo famoso scritto, il poeta perde l’aureola nel boulevard così come perde il proprio ruolo di vate, la propria voce nella società.
Marco e i suoi amici, che considerano Baudelaire il loro poeta prediletto, cercano simbolicamente quell’aureola: un posto nel mondo, un modo per esprimersi, la loro arte. Si immedesimano a tal punto nei romanzi che leggono da non distinguere più la realtà dall’immaginazione, come se vivessero in un mondo di citazioni. La cultura è la loro salvezza dallo spleen di Baudelaire e sembra conferire dignità al loro disagio. Forse, in questo senso, è un alibi.
🐋 PRIMA A COSTANZA F., POI A RICCARDO LESTINI: Mi ha colpito che il male non venga cercato ai margini, ma dentro famiglie istruite, buoni risultati scolastici e una normalità considerata al sicuro. Ho letto l’aureola anche come un credito d’innocenza concesso in anticipo a ragazzi brillanti e rispettabili. Costanza, ti riconosci in questa interpretazione? Riccardo, quanto è difficile per gli adulti vedere il disagio dietro un’immagine socialmente rassicurante?
COSTANZA: Sì, mi piace questa interpretazione, perché è troppo facile attribuire la devianza e il male alla marginalità, come racconto in Favole senza morale, nelle storie di ragazze di vita che cercano disperatamente un riscatto.
In Ragazzi con l’aureola non intendevo fare un discorso di classe, anche se la ricostruzione documentaria del movimento studentesco al quale ho partecipato nel 1998 lascia intuire che il mio punto di vista non è neutrale.
L’illusione è che questi ragazzi rispettabili abbiano l’aureola dei santi. Nel romanzo, il bene è rappresentato piuttosto dalla ribellione, che permette ai protagonisti di esprimere il proprio disagio unendosi ad altri ragazzi, altrettanto insoddisfatti del mondo nel quale si trovano a vivere. Insieme scelgono di lottare per cambiarlo, facendo rinascere, trent’anni dopo, un movimento ispirato ai valori antifascisti del Sessantotto, con le sue speranze e le sue contraddizioni.
Alcuni capitoli del romanzo sono ambientati nel Sessantotto e rappresentano il confronto generazionale tra genitori e figli. Sono ispirati a un articolo di Pasolini, che descrive anche le diverse anime del movimento.
Sarà questa alternativa a una vita normale, privilegiata e noiosa a mettere in crisi Marco, che si allontana dalla sua banda criminale e comincia a immaginare un’altra versione di sé stesso.
RICCARDO: Lo stigma, qualunque esso sia, è sempre rassicurante, perché nasconde la realtà sotto il tappeto e impedisce di guardarsi dentro. Lo stigma protegge e preserva soprattutto il principio sul quale si fonda da secoli la cultura borghese: puntare il dito contro gli altri per sentirsi migliori e non vedere le proprie storture. È proprio questo che impedisce agli adulti di vedere il reale disagio di un ragazzo.
In realtà, è proprio nella quiete apparente, nel benessere, se non direttamente nel lusso, che spesso si annidano le problematiche più complesse e le distorsioni più abominevoli. Non soltanto oggi: da sempre. Basta pensare al massacro del Circeo.
🐋 PRIMA A RICCARDO LESTINI, POI A COSTANZA F.: Conosco e apprezzo il lavoro di Les Flâneurs Edizioni e vorrei chiudere tornando al futuro di ARTURO. Riccardo, quali esperienze e forme narrative vorresti ancora portare nella collana e come pensi di evitare che l’adolescenza venga identificata soltanto con il disagio? Costanza, dopo Ragazzi con l’aureola, stai già lavorando a nuove opere delle quali puoi anticiparci qualcosa?
RICCARDO: Continuerò a cercare libri diversi, che guardino l’adolescenza da prospettive e angolazioni sempre differenti. Di conseguenza, continueremo a costruire una collana eterogenea.
Per esempio, il prossimo libro, in uscita a breve, sarà un’opera dai toni fiabeschi, leggera nel senso più calviniano del termine, nella quale non parleremo di disagio.
Abbiamo chiuso la programmazione del 2027 e siamo già al lavoro per il 2028. Punteremo molto sul rapporto tra le generazioni e sul dialogo, avvenuto o mancato, tra di esse. In generale, abbiamo cercato e continuiamo a cercare libri coraggiosi, forti, scomodi. Spericolati, in tutte le accezioni possibili di questi termini.
COSTANZA: Ho scritto un altro romanzo di formazione, Perle ai porci, che mi piace definire «psichedelico», sul tema della perdita dell’innocenza di un gruppo di giovani in fuga dalla realtà. È una storia alla quale tengo molto e che mi piacerebbe fosse pubblicata.
Nel frattempo, sono tornata in possesso dei diritti d’autore di Favole senza morale e sto cercando di pubblicarne una nuova versione, con varie modifiche. Vorrei che si potessero leggere ancora queste favole di ragazze di vita, che hanno un messaggio molto forte.
Nell’attesa, ho iniziato la stesura di un romanzo che, per ora, si intitola Happyland, perché non riesco a smettere di scrivere: non c’è niente di più bello al mondo.
I libri di ARTURO
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