L’esercizio involontario del sogno

Autore: Nicola Argenti

Editore: Les Flaneurs 

Data pubblicazione: novembre 2025

ISBN: 9791254512340

Pagine: 182

Formato: brossura

Chi segue questo blog sa che di solito qui si parla di libri con tono leggero, ironico, a volte persino un po’ giocoso: un modo per tenere la letteratura vicina, quotidiana, senza troppi formalismi. Stavolta, però, il romanzo di Nicola Argenti merita un passo diverso. L’esercizio involontario del sogno non si accontenta di una recensione rapida o di qualche battuta: chiede profondità, attenzione, e un linguaggio che sappia rispettare la sua densità filosofica e allegorica.

Per questo la recensione che segue abbandona i toni abituali e si misura con la complessità del testo, come gesto di stima verso un’opera che alza l’asticella e invita a rallentare. Non è un vezzo, ma un atto di rispetto: quando il libro si fa serio, anche chi lo racconta deve cambiare passo.

Insomma, per una volta ci togliamo la maglietta con la balena, annodiamo la cravatta (ma sempre con la balena) e … iniziamo.

Un romanzo-mondo che si legge come un atlante di domande.

Con L’esercizio involontario del sogno (Les Flâneurs Edizioni), Nicola Argenti sfida le categorie tradizionali della narrativa. Non una trama lineare, ma episodi che funzionano come esperimenti interpretativi, allegorie che non chiariscono ma moltiplicano, immagini che restano vive e chiedono di tornare ad essere viste  più volte. La prefazione di Leonardo Floriani lo definisce “allegoria che usa il romanzo come medium”: non un’etichetta, ma un vero programma estetico.

Argenti non ricorre all’allegoria per spiegare il mondo, ma per farne esperienza. Ogni figura conserva una riserva di indecidibilità, come in una “metafora continuata” aristotelica. Il romanzo diventa specchio e labirinto: rimanda immagini che si moltiplicano, fino a coinvolgere il lettore stesso nell’atto di interpretare. La verità non si dà come enunciato, ma come traiettoria, come figura che si mostra nel suo farsi e disfarsi.

La prosa è stratificata, porosa, capace di alternare registri alti e bassi senza transizioni rassicuranti. L’icastico si incrina nell’ironia, il filosofico si sporca di colloquiale. La struttura per quadri rinnova la tradizione labirintica: microcosmi autonomi legati da circolarità di temi (origine/fine, memoria/oblio, identità/metamorfosi). La soglia diventa l’unità di misura narrativa, e il ritmo denso, talvolta ridondante, è pressione semantica che tiene insieme il caleidoscopio di immagini.

Satira e grottesco: la deformazione come verità

Accanto alla stratificazione linguistica e alla costruzione per quadri, Argenti orchestra una satira che si intreccia al grottesco, trasformando la narrazione in un laboratorio di deformazioni allegoriche. Il grottesco diventa lente conoscitiva: esaspera il dettaglio, amplifica il gesto, trasfigura il quotidiano in immagini che oscillano tra il sublime e il ridicolo. In questo modo, il romanzo mette in scena figure surreali (titani accanto a uomini comuni), tutti veicoli di una riflessione sulla fine del mondo e sull’origine della coscienza.

La satira si manifesta in una costante ironia che attraversa dialoghi e situazioni, smascherando le ipocrisie del potere, le debolezze della memoria e le illusioni della ricerca di senso. Non è mai puro divertissement: è un sorriso amaro che accompagna il lettore, invitandolo a interrogarsi sul senso ultimo della realtà e della narrazione stessa. Così, il grottesco non resta cifra stilistica, ma si fa metodo: un caleidoscopio di immagini che aprono spazi di pensiero e di inquietudine.

Un viaggio in dodici tappe iniziatiche

La premessa è teatrale: quindici minuti alla fine del mondo, il titano Iperione discende, il tempo si ferma, la materia si paralizza. In questa sospensione, il viaggio diventa un’elica di incontri e metamorfosi.

Il percorso di Iperione, come già si è avuto modo di sottolineare, si configura come un itinerario iniziatico, un mosaico di scene che non avanzano linearmente ma orbitano attorno a grandi nuclei tematici: l’origine e la fine, la memoria e l’oblio, l’identità e la metamorfosi. Ogni episodio è un frammento allegorico che interroga il senso del vivere, trasformando il romanzo in un atlante di domande più che di risposte.

Dalla sospensione del tempo nei quindici minuti che precedono la fine del mondo, al catalogo delle cadute di civiltà e monumenti, Argenti mette in scena la fragilità dell’ordine umano e la necessità di guardare oltre l’evento per coglierne il significato. La finestra vasistas diventa soglia linguistica e ossessione di origine, mentre l’incontro con Assura apre il terreno morale della colpa e della giustizia. Il trauma di Nagasaki, con la bustina dei dinosauri come residuo di memoria, porta la tragedia dentro l’allegoria, e Cacodemonia mostra la follia del potere come isolamento e manipolazione.

Brevi parabole come quella di Meriba condensano la fragilità della vita in immagini essenziali, mentre l’assemblea di Enora restituisce il dubbio come funzione civile del pensiero. Zeugma incarna la malinconia disciplinata dell’amicizia e della memoria, Conselice la sproporzione tra umano e divino, tra fortuna e senso. Monofagia trasforma la memoria in cibo e convivialità, e Proteiforme porta la metamorfosi al culmine, dissolvendo l’identità in un continuo attraversamento.

Confronti artistici

La struttura episodica richiama Le città invisibili di Calvino, con le sue città come metafore e ipotesi sull’esistenza. La torsione concettuale e i labirinti di rimandi omaggiano Borges, maestro nel trasformare la narrazione in speculazione filosofica. Tabucchi e Buzzati aleggiano nelle atmosfere di sospensione e attesa, dove il viaggio è sempre anche ricerca di sé e confronto con l’assurdo. Scomodiamo Broch, Mann e Kundera nella calibratura fra racconto e saggio, fra etica e memoria, fra leggerezza e profondità.

Il romanzo di Argenti funziona, altresì, come un dipinto surrealista di Dalì, sospendendo il reale e deformandolo in immagini visionarie. Il tempo si scioglie come gli orologi molli de La persistenza della memoria; le logiche ibride del sogno rimandano a Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio; l’inquietudine perturbante trova eco nel Volto della guerra. E così via.

Il paragone con Dalì non è decorativo: restituisce la regola di composizione del libro, che procede per immagini resistenti al consumo interpretativo, capaci di moltiplicare il senso e di chiedere al lettore di abitarle più volte.

Scrittura, ambizione e rischio

L’ambizione di L’esercizio involontario del sogno è evidente fin dalle prime pagine: Argenti non vuole semplicemente raccontare una storia, ma costruire un dispositivo narrativo che produca pensiero dall’interno della narrazione stessa.

Questa ambizione comporta inevitabilmente un rischio. La densità della prosa, la ridondanza apparente, l’accumulo di registri e di immagini potrebbero scoraggiare un lettore abituato alla linearità e alla rapidità della narrativa contemporanea. Il romanzo chiede lentezza, disponibilità, attenzione: non si lascia attraversare senza resistenza.

Ma proprio in questa resistenza sta la sua forza. La ridondanza non è manierismo, bensì pressione semantica; l’accumulo non è confusione, ma stratificazione di senso. Il rischio è reale, ma è anche il prezzo da pagare per un’opera che vuole restituire complessità e non semplificazione.

L’esito, infine, è quello di un romanzo che non si lascia riassumere e non deve. La sua verità non sta in una trama conclusa, ma nel percorso che obbliga il lettore a sostare, a interrogarsi, a perdere certezze.

È un libro che si legge come si osserverebbe un quadro (di Dalì ovviamente) o come si ascoltetrbbe una composizione musicale: non per seguire un filo narrativo, ma per lasciarsi riposizionare da un ritmo, da un’armonia che scioglie l’ordine e apre nuove prospettive.

In tempi di velocità e consumo immediato, Argenti impone lentezza. Non per elitismo, ma per onestà: perché la letteratura, se vuole davvero interrogare il mondo, non può ridursi a slogan o a intrattenimento, ma deve avere il coraggio di non smettere di cercare.

Per concludere

L’esercizio involontario del sogno è una scommessa riuscita sulla capacità della letteratura di interrogare il mondo senza ridurlo a tesi. Chi chiede una trama troverà un atlante; chi chiede risposte troverà domande meglio formulate. Il libro offre un’esperienza: attraversarlo significa accettare che la memoria sia l’unico antidoto non alla fine, ma alla sua stupidità.

Il sogno, qui, non consola: orienta. Ed è proprio ciò che alla narrativa contemporanea spesso manca – il coraggio di non smettere di cercare.

 

  • Perché sì: Argenti osa, e nel suo sogno involontario ci costringe a rallentare, a pensare, a cercare senso dove la narrativa contemporanea spesso si accontenta di intrattenere.
  • Perché no: la sua densità e la sua orbita allegorica possono disorientare chi ama restare in un mondo lineare e teme di restare sospeso in un labirinto che non offre scorciatoie.