Le due antologie “Voce Lontana” e “Thanathopia”, pubblicate da Vocifuoriscena, restituiscono un Rubén Darío narratore che supera l’immagine dell’esteta modernista e si confronta con conoscenza, fede, morte e ambiguità del reale.
Quando si parla di Rubén Darío (1867-1916), il nome che emerge è quasi sempre quello del fondatore del Modernismo ispanoamericano. Nato in Nicaragua, giornalista e diplomatico, Darío trasformò profondamente la poesia in lingua spagnola e a cambiare il modo di scrivere e leggere poesia in lingua spagnola. La sua poesia ha segnato una svolta decisiva nella letteratura in lingua spagnola e ha finito per oscurare una parte non meno interessante della sua produzione: la narrativa breve.
Per oltre un secolo racconti dispersi tra giornali, riviste e raccolte occasionali sono rimasti ai margini della ricezione critica, schiacciati dal prestigio dell’autore di Azul…, Prosas profanas e Cantos de vida y esperanza. Eppure proprio nei racconti Darío sperimenta alcune delle questioni che diventeranno centrali nella letteratura ispanoamericana del Novecento: il fantastico, la crisi della conoscenza, il ritorno del mito, la tensione tra fede e modernità.
Basta leggere racconti come La Ninfa, Verónica o Huitzilopochtli per capire quanto questa immagine tradizionale sia incompleta: accanto al poeta della bellezza emerge infatti uno scrittore attratto dall’ambiguità del reale, dal mistero religioso e dalle contraddizioni della modernità
In questo senso assume un valore particolare il lavoro svolto dalla casa editrice Vocifuoriscena, cui si deve la pubblicazione italiana delle antologie Voce lontana e Thanathopia. Entrambi i volumi sono stati tradotti e curati da A. Laura Perugini, con cura e note di Dario Chioli e presentazione di Oliviero Canetti. L’operazione editoriale ha un’importanza che va oltre il semplice recupero bibliografico: permette infatti al lettore italiano di accedere a una parte fondamentale dell’opera dariana rimasta a lungo in ombra rispetto alla poesia.
Le due raccolte possono essere lette autonomamente e ciascuna possiede una propria identità e una propria coerenza interna. Considerate insieme, tuttavia, Voce lontana e Thanathopia assumono il valore di un ideale dittico dedicato alla narrativa di Darío: da un lato il mondo della bellezza, del simbolo, del mito e della trascendenza; dall’altro quello del fantastico, della morte, della crisi religiosa e delle inquietudini della modernità. La scelta di pubblicare entrambe le raccolte si rivela particolarmente felice: ciascun volume illumina una zona diversa dello stesso universo narrativo.
È il caso della Ninfa. A rimanere impressa non è tanto l’apparizione della creatura mitologica quanto ciò che accade dopo. Il racconto resta sospeso. Quello che il protagonista vede è davvero una ninfa? Una suggestione? Un equivoco? Darío non sente il bisogno di sciogliere il dubbio. Ed è proprio questa incertezza a dare forza alla storia. La ninfa diventa l’immagine di qualcosa che si manifesta per un istante senza mai offrirsi completamente allo sguardo.
Qualcosa di simile accade nel Rubino. La pietra preziosa attraversa il racconto come il segno visibile di un processo più profondo. Darío guarda alla materia come se fosse attraversata da una vita segreta. Il rubino nasce da una trasformazione che riguarda insieme natura e arte, come se entrambe obbedissero a una stessa logica nascosta. La questione non è il valore dell’oggetto, ma il mistero della sua formazione.
Questo modo di intendere la letteratura trova una formulazione quasi esplicita nel Velo della Regina Mab. Gli artisti che popolano il racconto non ricevono ricchezze, successo o riconoscimento. Ricevono qualcosa di molto meno concreto e molto più importante per Darío: la capacità di continuare a vedere il mondo attraverso il filtro dell’immaginazione. Il velo della regina non cambia la realtà. Cambia lo sguardo.
È una convinzione che percorre gran parte della raccolta. Darío attribuisce all’immaginazione una funzione che oggi tendiamo spesso a dimenticare. Non la considera un rifugio né una compensazione. È una forma di conoscenza. Un modo per arrivare dove la semplice osservazione delle cose non basta.
Per questo il Velo della Regina Mab dialoga naturalmente con altri racconti del volume. Nel Satiro sordo il problema è l’incapacità di ascoltare la voce dell’arte. Nel Linciaggio di Puck il meraviglioso viene trascinato davanti al tribunale della modernità. Il tono è ironico, ma la domanda è seria: che cosa perde una cultura quando smette di riconoscere il valore del simbolo, della fantasia, del mito?
Voce lontana è, pertanto, tutt’altro che una raccolta di eleganti fantasie moderniste. Il mito in Darío, anziché essere una fuga dal reale, finisce spesso per diventare il modo più efficace per metterlo in discussione. Lo utilizza per avvicinarsi a zone dell’esperienza che il linguaggio realistico fatica a raggiungere. Ninfe, pietre preziose, satiri, figure evangeliche e creature leggendarie servono tutte allo stesso scopo: interrogare il rapporto tra ciò che vediamo e ciò che ci sfugge. Ne emerge l’immagine di uno scrittore che guarda alla modernità senza nostalgia e senza entusiasmo cieco, consapevole delle sue conquiste ma anche di ciò che rischia di disperdere: il mistero, l’immaginazione e quelle forme di conoscenza che non passano soltanto attraverso la ragione.
Se Voce lontana rappresenta il versante luminoso della narrativa dariana, Thanathopia ne mostra le ombre. Anche qui il fantastico raramente coincide con l’orrore. A creare inquietudine è soprattutto il dubbio, la sensazione che qualcosa non torni e che le spiegazioni disponibili non bastino.
Thanathopia raccoglie alcuni dei racconti in cui Darío sembra meno disposto ad accontentarsi delle certezze. L’interesse si concentra sugli effetti che un evento inspiegabile produce su chi lo osserva. Una presenza, un fatto anomalo, un’immagine intravista per un istante bastano a incrinare un ordine che appariva stabile. Nel racconto Thanathopia la morte rimane sullo sfondo come una presenza costante, qualcosa che modifica il modo in cui i personaggi guardano il mondo.
Nel Caso della signorina Amelia è sufficiente una sola anomalia, una bambina che continua a essere bambina mentre gli anni passano, per trasformare una situazione ordinaria in qualcosa di profondamente inquietante. Nella Larva il disagio nasce dall’impossibilità di attribuire un significato preciso a ciò che viene visto. I contorni rimangono sfuggenti e proprio questa mancanza di definizione continua ad alimentare il racconto.
Lo stesso accade in Thanathopia, che viene spesso ricordato per il vampirismo, per l’occulto e per certe atmosfere tipicamente fin de siècle. A colpire oggi è soprattutto il modo in cui questi elementi vengono combinati. Il soprannaturale suggerisce possibilità, apre interrogativi, introduce presenze di cui non si arriva mai a possedere una spiegazione definitiva.
Fra queste pagine compaiono già questioni che diventeranno familiari a molta narrativa successiva: il rapporto fra percezione e realtà, l’affidabilità dello sguardo, i limiti della conoscenza. Più che le risposte, contano le domande.
D.Q. percorre una strada diversa. Ad affiorare è il destino degli ideali. La figura di Don Chisciotte attraversa il racconto come il ricordo di un sistema di valori che fatica a trovare posto nel presente. C’è qualcosa di elegiaco in queste pagine, come se Darío registrasse la distanza crescente tra ciò che una società continua ad ammirare a parole e ciò che considera realmente necessario.
Una tensione simile attraversa Psichia, Verónica e Huitzilopochtli. I loro protagonisti si muovono fra saperi differenti, tradizioni religiose, curiosità scientifiche, leggende ed esperienze visionarie. Ogni tentativo di interpretazione lascia qualcosa fuori campo. È proprio quel residuo, ciò che sfugge alle classificazioni troppo ordinate, ad attirare continuamente l’attenzione di Darío.
In Huitzilopochtli questo discorso entra direttamente nella storia. Nel pieno della rivoluzione riaffiorano simboli, credenze e divinità che sembravano appartenere a un passato remoto. Gli avvenimenti contemporanei acquistano così una profondità inattesa, attraversati da memorie e presenze che continuano ad agire sotto la superficie.
Qualcosa di simile accade nelle Lacrime del Centauro. Il tramonto del mondo pagano assume il tono di una perdita culturale prima ancora che religiosa. Rimane la sensazione che ogni civiltà continui a portarsi dietro ciò che crede di essersi lasciata alle spalle.
Miti, leggende, simboli religiosi e figure fantastiche partecipano pienamente alla storia e all’esperienza umana. Continuano a riemergere nei momenti di crisi, nei vuoti della conoscenza, nelle domande che la ragione non riesce a chiudere. È uno dei fili che uniscono le due raccolte: la convinzione che sotto la superficie del presente sopravvivano strati più antichi, più ambigui e più resistenti di quanto si sia disposti ad ammettere.
Le antologie Voce lontana e Thanathopia possono essere lette separatamente e offrire, ciascuna, un percorso compiuto. Affiancate l’una all’altra permettono però di cogliere una tensione che attraversa gran parte della narrativa di Darío. Voce lontana si muove fra mito, arte, spiritualità e immaginazione; Thanathopia porta quelle stesse inquietudini in territori più oscuri, dove entrano in scena il dubbio, la morte, l’occulto e i limiti del sapere.
In questa alternanza di luce e ombra prende forma uno scrittore che affida al racconto domande che ritornano continuamente, sotto forme diverse. Cambiano le ambientazioni, cambiano le figure simboliche, cambiano i registri. Rimangono la curiosità per ciò che sfugge alle spiegazioni più semplici, l’interesse per la fede, per il mito, per l’immaginazione e per quelle zone dell’esperienza che resistono a ogni definizione troppo netta.
Voce lontana e Thanathopia non rivelano tanto un Darío sconosciuto quanto un Darío più vasto di quello che solitamente si incontra. L’autore delle principesse, delle pietre preziose e delle raffinate invenzioni simboliste è presente ovunque in queste pagine. Accanto a quelle immagini compaiono però il vampirismo di Thanathopia, gli interrogativi di Verónica, l’enigma del Caso della signorina Amelia, le ombre della Larva, il peso degli ideali in D.Q., il mondo arcaico che riaffiora in Huitzilopochtli. Letti insieme, questi racconti restituiscono un panorama molto meno uniforme di quanto si potrebbe immaginare.
Va riconosciuto inoltre a Vocifuoriscena il merito di aver reso disponibile in italiano una parte dell’opera narrativa di Darío che raramente ha trovato spazio nelle traduzioni e nelle proposte editoriali dedicate all’autore. Il lavoro di traduzione e cura di A. Laura Perugini, affiancato dalle note di Dario Chioli e dalla presentazione di Oliviero Canetti, permette di avvicinarsi a pagine che restano spesso in secondo piano rispetto alla produzione poetica più celebre.
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Perché sì: perché Voce lontana e Thanathopia mostrano un autore capace di usare mito, fantastico, religione e occulto per affrontare interrogativi che conservano ancora oggi tutta la loro vitalità.
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Perché no: chi cerca una narrativa costruita secondo sensibilità contemporanee potrebbe avvertire una certa distanza davanti ad alcune allegorie, a certi simboli e a passaggi fortemente legati alla cultura modernista di fine Ottocento.