Siamo molto felici e onorati che Miriam Palombi abbia accettato di rispondere alle nostre domande in occasione dell’uscita per Dark Zone di I rituali delle ombre. Dopo aver letto il libro in anteprima, ci è sembrato naturale proporle un’intervista che partisse dal testo e dal lavoro che lo sostiene.
I rituali delle ombre è una raccolta che mette in campo racconti diversi, legati da una visione coerente e da un immaginario che si muove lungo coordinate precise. La sensazione, leggendo, è quella di trovarsi davanti a un libro che chiede attenzione e tempo, più che spiegazioni. Da questa impressione nasce l’intervista: dal desiderio di approfondire il percorso dell’autrice, la genesi di questo nuovo progetto e il modo in cui certe scelte narrative prendono forma sulla pagina.
Ne è uscita una conversazione aperta e diretta, costruita attorno al libro e alla scrittura. Ora lasciamo che sia la voce di Miriam Palombi a guidare il discorso.
🐋 Per chi ancora non ti conosce, come racconteresti il tuo percorso di scrittrice e il tuo rapporto con l’horror? Accanto alla scrittura, ti occupi anche di curare collane editoriali: in che modo questo doppio sguardo, da autrice e da curatrice, ha contribuito a costruire la tua voce e il tuo modo di raccontare il buio?
Il mio percorso di scrittrice nasce da un’esigenza istintiva, ossia dare forma a ciò che inquieta. L’horror, per me, non è solo il genere che meglio intercetta e riflette i cambiamenti della società, ma un vero e proprio linguaggio. È il modo più diretto che conosco per parlare di ciò che si nasconde sotto la superficie: traumi, paure inconsce, pesanti eredità familiari, territori interiori che raramente trovano spazio altrove.
Il lavoro di curatrice editoriale — leggere, selezionare, valutare testi — si traduce in una maggiore attenzione alla struttura e alla coerenza di ogni elemento della narrazione. Le voci sono molteplici, ma ciò che cerco, anche nei testi altrui, è sempre una verità emotiva riconoscibile. L’importante è non perdere la parte più istintiva e viscerale, ciò che rende l’horror autentico. È un equilibrio continuo tra controllo e abbandono.
🐋 “I rituali delle ombre” è la tua nuova raccolta in uscita per DZ Edizioni. Come è nata l’idea del libro e che tipo di urgenza ti ha spinta a scriverlo? In che modo ritualità e ombra raccontano ciò che il lettore troverà tra queste pagine?
I rituali delle ombre esplora il confine tra gesto e significato, tra ciò che si compie e ciò che si evoca. I rituali, in queste storie, sono strumenti per affrontare l’ignoto, per dare ordine al caos, ma anche per spalancare porte che forse dovrebbero restare chiuse.
L’ombra, invece, è ciò che resta fuori dal nostro controllo, ciò che sfugge alla razionalità. I racconti si muovono proprio in questo spazio e mettono in scena il bisogno umano di contenere il buio e, allo stesso tempo, la sua inevitabile capacità di infiltrarsi ovunque. Ogni racconto è una variazione su questo tema, un tentativo diverso di negoziare con ciò che non possiamo comprendere fino in fondo.
🐋 Il folklore italiano e le atmosfere rurali attraversano tutta la raccolta. Come lavori sulla ricerca delle leggende e sulla costruzione delle ambientazioni? Quanto conta, per te, l’aspetto simbolico e rituale rispetto alla trama?
Del folklore mi interessa soprattutto ciò che rimane ai margini: le narrazioni orali, le superstizioni che sopravvivono nel quotidiano, spesso svuotate di senso ma ancora cariche di potere. Le ambientazioni non sono mai semplici sfondi. I luoghi rurali, in particolare, conservano una stratificazione simbolica molto forte, in cui il confine tra naturale e soprannaturale è più sottile.
Per me, l’aspetto simbolico è quasi sempre il punto di partenza. La storia nasce attorno a un gesto, a un oggetto, a una credenza. La trama arriva dopo, come conseguenza inevitabile di quel nucleo centrale.
🐋 C’è un racconto a cui sei particolarmente legata, o che senti rappresenti più degli altri lo spirito de “I rituali delle ombre”?
Sono molto legata al racconto L’uomo della neve, che chiude la raccolta. Comprende molti degli elementi che ne definiscono lo spirito: il legame con il territorio, la dimensione familiare. È una storia horror attraversata da una forte componente malinconica, in cui emerge il senso di ineluttabilità e il confine tra protezione e condanna si fa sempre più ambiguo.
Al centro c’è una perdita che non può essere colmata, se non attraverso un atto estremo.
🐋 Quali libri o autori consiglieresti ai lettori che hanno apprezzato “I rituali delle ombre” e vogliono continuare a esplorare questo tipo di atmosfere?
Per quanto riguarda i classici, i riferimenti sono inevitabili: H. P. Lovecraft, Ray Bradbury e Shirley Jackson hanno definito un certo modo di intendere l’orrore che continua a risuonare ancora oggi.
Tra le voci contemporanee, trovo molto potente Mariana Enríquez, per il suo modo viscerale di contaminare il quotidiano con l’orrore sociale e politico. Thomas Ligotti lavora invece su un piano più filosofico, costruendo un immaginario radicale e nichilista. In Italia, autori come Luigi Musolino, Lucio Besana, Francesco Corigliano e Gerardo Spirito stanno esplorando un orrore radicato nel reale, spesso legato al territorio e alle zone d’ombra della nostra cultura. Un tipo di scrittura che sento molto vicino.
🐋 Che consiglio daresti a chi vuole scrivere horror, fantastico o narrativa in generale?
Leggere è fondamentale: permette di orientarsi, di capire cosa è già stato fatto e, soprattutto, di riconoscere la propria voce. Ma il punto centrale, per me, è che l’horror funziona davvero solo quando nasce da qualcosa di autentico.
Ho imparato, anche a mie spese, che serve pazienza. La scrittura è un processo lungo, fatto di riscritture, dubbi e ripensamenti. Fa tutto parte del percorso, ed è proprio in quel tempo dilatato che il testo trova la sua forma definitiva.
🐋 Stai già lavorando a nuovi progetti o ci sono temi che senti di voler esplorare in futuro?
Credo che continuerò a muovermi in questa direzione ancora per un po’, cercando il perturbante dove ciò che ci circonda smette di essere rassicurante. Attualmente sto lavorando a un romanzo che esplora il legame tra maternità e ritualità, sempre attraverso la lente del mio immaginario. È un territorio che trovo estremamente potente, perché unisce creazione, corpo e trasformazione.
Le ombre, in fondo, hanno ancora molto da sussurrare.