Se fioriscono le spine

Autore: Glauco Giostra

Editore: Edizioni Menabò

Data pubblicazione: Novembre 2025

ISBN: 9791281176645

Pagine: 168

Formato: brossura 

 

 

 

 

Una tragedia moderna di colpa e possibilità

In Se fioriscono le spine – primo romanzo di Glauco Giostra – la colpa arriva quando tutto è già accaduto. Un padre violento, una casa governata dalla paura, un gesto che chiude una storia familiare prima ancora che la giustizia possa farsene carico. Antonio uccide il padre dopo averlo sorpreso mentre tenta di violentare la sorella. Finisce in carcere: una tragedia si chiude e un’altra comincia, come nei drammi greci. 

Da qui il romanzo segue, passo dopo passo, la vita di un uomo tra carcere, libertà mancata, ricaduta e un nuovo tentativo di stare al mondo, senza mai separare le scelte individuali dal contesto che le rende possibili o le nega. 
Il racconto attraversa l’ingresso in carcere, l’amicizia con il Muto, il difficile ritorno fuori e l’incontro con Aurora, seguendo Antonio nella continuità di una vita che non ricomincia mai davvero da zero. 

A bene vedere, Antonio assomiglia a un moderno Oreste: erede di una violenza che lo precede, autore di un gesto estremo che non spezza la catena di un dramma, ma la prolunga. Come nella tragedia, anche qui la vendetta chiede una trasformazione e un passaggio attraverso la legge. Oreste trovava un tribunale divino; il presente consegna una promessa più esigente, iscritta nell’articolo 27 della Costituzione, che affida alla pena un compito lungo e incerto: lavorare sulla persona. Là dove la tragedia si fermava a πάθει μάθος, imparare soffrendo, il romanzo misura il tentativo moderno di interrogare quella formula senza scioglierla. 

La reclusione è fatta di gesti ripetuti: la spogliazione, le consegne, le file, le ore di attesa. Il carcere impone un ritmo che consuma le giornate e sospende il tempo, trasformando la vita in una sequenza di giorni tutti uguali. Dentro questa durezza quotidiana nasce il legame con Angelo, detto il Muto, uomo di poche parole e grande senso dell’orientamento. Tra loro si costruisce una forma elementare di alleanza: imparare le regole non scritte, capire quando esporsi e quando farsi da parte, trovare il modo di restare in piedi. Il romanzo non edulcora ciò che questo apprendimento comporta: il carcere insegna a sopravvivere e, una volta fuori, ciò che si è imparato perde ogni neutralità, trasformandosi con facilità in una risorsa illegale. Eppure, nello stesso spazio segnato da attese e mancanza di alternative, resistono anche gesti minimi, una dignità che non si proclama, una traccia di umanità che l’istituzione fatica del tutto a cancellare. 

La vita sospesa del carcere non si risolve con l’uscita: cambia solo scenario. Ed è allora che anche la libertà conserva quella condizione, rivelandosi come uno spazio senza appigli. Come Oreste, anche Antonio non esce mai davvero dal gesto che ha compiuto: la colpa lo precede, come una persecuzione che non si lascia nominare, una moderna forma di Erinni. 

La vita fuori chiede lavoro, domicilio, denaro; chiede soprattutto un’identità che non coincida con la fedina penale. Antonio incontra diffidenza, risposte evasive, un linguaggio amministrativo che riduce le persone a “casi”. E ciò che aveva imparato dentro — orientarsi, capire i contesti, reggere la disciplina — all’esterno non basta più.

Quando l’accesso resta sbarrato, l’energia non scompare: devia. Antonio torna così a delinquere insieme al Muto, rimettendo in circolo, all’esterno, le competenze apprese tra regole e infrazioni. Il romanzo guarda questo ritorno al crimine senza assoluzioni, mostrando quanto la recidiva possa risultare coerente quando il reinserimento è costruito come una promessa destinata a non mantenersi. 

Durante una di queste azioni Antonio incontra Aurora. L’incontro avviene nel corso di una rapina, quando un complice sta per esercitare violenza su di lei: Antonio interviene, Angelo lo segue. Tale gesto produce una conseguenza immediata: il ritorno in carcere. Ma Aurora resta nella vita di Antonio. Una presenza concreta e rischiosa, perché la fiducia che gli concede prende forma in gesti misurabili — opportunità di lavoro, tempo, credito senza garanzie — e crea obblighi. Attraverso di lei il romanzo sposta il proprio asse fuori dall’istituzione: la prova decisiva si gioca nello spazio sociale, nella disponibilità a non consegnare una persona per sempre al suo errore. 

Giostra scrive a partire da una lunga esperienza, maturata nella riflessione accademica e nel confronto diretto con le istituzioni. Professore emerito di diritto processuale penale, già componente del Consiglio Superiore della Magistratura e coordinatore scientifico degli Stati Generali dell’Esecuzione penale, porta nella storia questo bagaglio senza farlo mai prendere il sopravvento. La competenza non appesantisce il racconto: gli dà precisione, passo, attenzione alle conseguenze.

Il carcere entra così nella narrazione attraverso ciò che ne scandisce la realtà quotidiana: procedure, attese, passaggi obbligati, tempi che incidono sulle vite più delle singole scelte. È in questo spazio che il romanzo tiene insieme il richiamo della tragedia e l’orizzonte della Costituzione, lasciandoli convivere senza forzarne l’esito. Se fioriscono le spine dice proprio questo: una possibilità misurata, fragile, che può spezzarsi in ogni momento.

Ed è questa tenuta, nata dall’intreccio fra scrittura e conoscenza, a spingere il finale fino al punto di rottura. 

Si fa silenzio. I comprimari spariscono. Il moderno Oreste resta in piedi e, all’improvviso, si gira verso la platea. Coglie di sorpresa l’autore, già compiaciuto di accompagnare la storia verso la chiusa prevista; coglie di sorpresa anche il pubblico, che pregusta un esito ordinato, una ricomposizione possibile.

Antonio rompe il patto che tiene insieme chi racconta e chi legge. Prende la parola, infrange la quarta parete e compie un atto di insubordinazione contro la storia che lo contiene. Contesta l’ordine che lo organizza, rifiuta la riduzione a caso esemplare, mette sotto accusa l’illusione che la sofferenza possa essere trasformata in racconto senza residui. In quel monologo affiora una colpa che precede il reato: la condizione di partenza, l’assenza di alternative, un apprendimento precoce del male che nessuna narrazione riesce davvero a riscattare. 

L’autore è costretto a farsi da parte; lo impone la coerenza del libro. Il romanzo si ferma sul limite della rappresentazione e lascia al personaggio l’ultima parola. 

Resta così al lettore una domanda che il libro non scioglie: quanta parte della recidiva e quanta della speranza dipendono da chi ha sbagliato, e quanta da chi resta fuori. E fin dove siamo disposti a riconoscere l’umanità di chi ha sbagliato, prima di affidarci alla comodità dello stigma permanente. 

  • Perché sì: perché il libro va oltre ciò che il linguaggio giuridico può dire, mostrando sul terreno delle vite ciò che una norma può solo enunciare.
  • Perché no: per chi preferisce che la letteratura confermi ciò che già pensa, invece di incrinare le sue certezze.