Sono andato ai Giardini di via Sannio per l’incontro “Trame Ribelli”, uno degli appuntamenti letterari della Festa di San Giovanni a Roma. La Libreria Blue Room aveva trasformato un angolo dei Giardini in un piccolo salotto all’aperto: sedie, libri, un tavolo semplice, l’idea di un luogo dove le storie si aprono senza formalità. Un’iniziativa essenziale nella forma, inserita dentro una festa che da secoli porta con sé riti, leggende, fuochi e passaggi di comunità. Sul palco Maria Franzè, Dario Pontuale e – fra loro a moderare – Nicola Argenti.

Avevo immaginato una serata tranquilla. Un incontro tra amici, due parole, un po’ di aria, un post leggero sui social da “fotografo non ufficiale”.

Poi la presentazione è partita, le chiacchiere si sono allargate, le letture hanno fatto il resto. È scattato quel bisogno che conosco bene, quello che mi fa dire: le cose belle vanno condivise e raccontate.

Si parlava di storia e di romanzo storico. Il luogo si prestava. L’incontro si svolgeva nei pressi delle mura Aureliane, sotto lo sguardo secolare delle statue della Basilica di San Giovanni. Insomma, tutto annunciava che la serata stava prendendo una direzione più intensa del previsto.

Maria Franzè ha aperto la serata parlando di un romanzo che ha tenuto fermo per anni prima di pubblicarlo. Otto petali rossi (AG Book Publishing) segue Ricciotti Bladyston, un ragazzo che perde i genitori nelle Cinque Giornate di Milano e cresce spostandosi tra Genova, Milano e Berlino, passando da case dove si discute di politica a stanze dove si studia filosofia.

Franzè ci ha narrato la genesi del romanzo; ha letto un brano che mi ha colpito per il tono: ha l’eco dell’Ottocento, ma è scritto con una pulizia che lo rende immediato, senza pesantezze. Ricciotti cambia lingua, cambia riferimenti, cambia direzione ogni volta che la vita glielo impone. Il romanzo lo segue mentre attraversa rivolte, amori brevi, scelte che non hanno protezioni.

L’Ottocento che ne esce è fatto di spostamenti continui e di idee che circolano tra persone e città, senza retorica e senza scenografie inutili.

Quando è intervenuto Dario Pontuale, il discorso si è spostato sulla Roma dell’Ottocento: strade strette, botteghe, odori forti, lavori che oggi non esistono più. Storia Prossima (Atlantide Edizioni) parte da un fatto di cronaca vero: dopo il tentato attentato a Umberto I, la polizia arrestò decine di innocenti per dare al Paese un colpevole immediato.

Pontuale riprende quella vicenda e la usa per parlare anche di oggi, di come il potere reagisce alla paura colpendo chi ha meno voce. Ha letto un brano e mi sono venute in mente le immagini di Roma sparita di Ettore Roesler Franz, ma senza nostalgia: la stessa città di vicoli umidi, fumo, voci, però mostrata nella sua durezza. La sua scrittura segue Roma da vicino: odori, mestieri, quartieri scomparsi, persone che tengono in piedi la città senza finire nei manuali.

La famiglia Picca attraversa quel secolo con i limiti e la resistenza di chi vive del proprio lavoro. Intorno ci sono tipografie dove circolano idee, osterie dove girano parole scomode, strade dove il potere si fa sentire. Storia Prossima è un romanzo civile (“necessario”, come dice l’amico Argenti) nel senso concreto: fa vedere come la Storia entra nelle vite e le piega, seguendo chi lavora, chi prova a opporsi, chi paga il conto.

Il titanico Nicola Argenti ha tenuto insieme tutto con la naturalezza di chi “palleggia” tranquillamente tra filosofia orientale, classici della letteratura, poesia e… Cthulhu.

A un certo punto ha richiamato Walter Scott, ricordando che il romanzo storico vive nel rapporto tra individuo e contesto. Scott aveva fissato una regola semplice: personaggi inventati dentro eventi reali, per mostrare come la Storia agisce sulle vite. Era un modo per dire che Pontuale e Franzè lavorano dentro quella tradizione, ciascuno con la propria traiettoria.

Poi ha tirato fuori dal cilindro Carlo Ginzburg, con la sua idea che la Storia debba restituire il punto di vista delle classi subalterne. La microstoria come lente che parte dal piccolo per capire il grande. Era un riferimento preciso, non ornamentale: i due romanzi della serata si muovono proprio lì, tra vite comuni e tensioni collettive.

Quando la serata è finita ho capito che il post leggero non bastava. Per me è stata una boccata d’ossigeno in mezzo alla banalità soffocante che ci gira intorno ogni giorno.

Le persone così non le incontri spesso: capaci di portare idee vere senza scivolare nel rumore di fondo. Mi sono sentito fortunato a esserci e a incrociarli tutti e tre. E se vuoi capire perché quella serata ha avuto peso, Otto petali rossi e Storia Prossima sono il punto da cui partire.