Kafka Gang

Autrice: Daisy Franchetto

Editore: Dark Zone

Data pubblicazione: Ottobre 2025

EAN: 9791281846036

Pagine: 456

Formato: brossura

Kafka gang comincia dal freddo. Lo senti subito: nei pavimenti gelati, nelle coperte che pungono, nei corridoi dove i passi risuonano e nessuno risponde. Il Malsano, il manicomio di Infetta, arriva in scena con il peso di un luogo vero. Ha un odore, un ritmo, una durezza che restano addosso.

Chi ci vive dentro ha una sofferenza mentale, è in cura, è nelle mani di un sistema che decide orari, movimenti, contatti. Il romanzo però resta sempre vicino alle persone, al loro corpo, alle abitudini, ai piccoli gesti.

Carmen, Malica, Yago, Estella prendono forma così. Carmen guarda le scarpe, come se il pavimento fosse l’unico punto fermo. Yago starnutisce, si scusa, riempie le tasche di fazzoletti. Malica dondola prima di oltrepassare una linea. Estella resta sospesa, lontana, come se abitasse sempre un punto che gli altri non raggiungono. Dopo poche righe ci sono già.

Quando arriva l’evento fantastico — il raggio verde, la mutazione — niente si alleggerisce. Semmai tutto si stringe ancora di più. I personaggi erano già dentro forme di controllo precise: legature, sedazione, elettroshock. Dopo, quel controllo cambia forma, ma non smette.

I poteri che ricevono hanno qualcosa di storto. Non sembrano premi o aperture. Sembrano il contrario: un’estensione violenta di ciò che erano già. Malica diffonde una calma che placa tutti e lascia dietro di sé un vuoto difficile da reggere. Yago richiama carta, fogli, libri, fazzoletti, come se tutto ciò che serve a contenere, assorbire, tamponare gli corresse dietro. Carmen sanguina da occhi, naso, orecchie: il suo potere passa da un corpo fragile e da uno sguardo che sembra vedere troppo. Estella fluttua e trattiene in sé una presenza scura, pronta a divorare. Nessuno ottiene qualcosa senza pagarla. Ogni capacità porta con sé spossatezza, nausea, esposizione, perdita di controllo.

E poi c’è Hermano, lo scarafaggio gigante, che dà al libro una delle sue misure più precise. L’ironia sempre controllata e mai compiaciuta. Hermano osserva, commenta, riflette sui propri poteri, tra cui il rilascio incontrollato di un fumo azzurro dal corpo, da cui affiorano immagini, figure, connessioni.

Attenzione però, il simpatico scarafaggione è il richiamo più esplicito a Kafka, il più facile da riconoscere. Ma il kafkiano nel libro non si ferma lì. Sta anche nella sorte dei ragazzi, già segnati prima della mutazione da esclusione, controllo, internamento. Quando arrivano i poteri, non cambia il senso della loro condizione: cambia forma. I corpi diventano ancora più esposti, più strani a sé stessi, più difficili da abitare. 

Accanto a Kafka si sente anche un’altra atmosfera. C’è qualcosa di onirico e fiabesco che può far pensare a Peter Pan. Prima il manicomio, poi la casa, funzionano come isole separate, tagliate fuori dal tempo comune. I personaggi abitano ciascuno a modo proprio una giovinezza sospesa, inadatta al mondo adulto. Solo che qui non c’è niente di giocoso. C’è una permanenza difficile, una crescita inceppata, una vita che non procede in linea retta.

Mr Thank You e Mr Corvo restano figure ambigue. Hanno qualcosa del mentore, qualcosa del sorvegliante. Parlano il linguaggio della cura, dell’addestramento, del rituale. Sanno guidare, selezionare, indirizzare. E a differenza dei ragazzi sembrano convinti di sapere dove stanno andando.

Se li si guarda tutti insieme, Carmen, Malica, Yago, Estella e Hermano finiscono quasi per sembrare una squadra. Il libro, però, è troppo accorto per trasformarli davvero in un gruppo di supereroi. Vengono osservati, addestrati, mandati in missione. Il riferimento al genere c’è, ma viene subito storto, sporcato, riportato a terra.

La domanda vera non è cosa succede quando qualcuno scopre di avere un potere. La domanda è un’altra: cosa succede quando chi è stato scartato dal mondo diventa, all’improvviso, necessario. I protagonisti hanno capacità straordinarie, ma restano corpi feriti, instabili, segnati dalla sofferenza. Sanguinano, collassano, perdono il controllo. Nessuno di loro assomiglia a un modello.

La scrittura di Daisy Franchetto tiene tutto questo con buon controllo. Le frasi sono limpide, le scene rapide, i dialoghi spesso spiazzanti. Più delle spiegazioni contano gli oggetti, i dettagli del corpo, le posture, i piccoli movimenti. È lì che il dolore prende forma. Anche il fantastico lavora così: rende visibili il trauma psichico, l’ambiguità della cura, la violenza del controllo, la condizione di chi vive ai margini. L’ironia, dentro questo quadro, non alleggerisce davvero nulla. Serve piuttosto a stare davanti all’orrore senza farsene travolgere del tutto.

Il romanzo si chiude lasciando aperto più di quanto risolva. Il fuori resta minaccioso, il dentro protegge e trattiene, i personaggi restano in una zona di passaggio da cui non si torna indietro. Non salvano il mondo e non salvano nemmeno del tutto sé stessi. Riescono però a restare insieme, a riconoscersi come una banda di scarti. E già questo, nel libro, ha il peso di una forma di resistenza.

 

  • Perché sì: perché intreccia disagio psichico, fantastico e ironia con una scrittura sorvegliata e concreta, senza addomesticare il dolore.
  • Perché no: se vi aspettate degli X-Men, questo non è il libro giusto.