C’è chi racconta storie e poi c’è chi come Paolo Di Orazio le fa sanguinare.

Esordisce come disegnatore autodidatta e autore erotico, poi fa esplodere lo splatterpunk italiano con Primi delitti, un libro talmente vivo da finire in Parlamento. Da lì diventa l’anima nera di Splatter, Mostri, Nosferatu: riviste che non hanno solo raccontato l’orrore — l’hanno reso un habitat. Sceneggiatore per Heavy Metal, Bonelli, Cut-Up; traduttore di Laymon e Ketchum; autore pubblicato in mezzo mondo; musicista, performer, docente: Di Orazio è una creatura narrativa che non smette mai di mutare.

 

Potete immaginare quanto siamo entusiasti di avere ospitato Paolo qui sul nostro blog.

Con Paolo abbiamo parlato di come nasce e dove vuole arrivare Oblivion, di scrittura estrema che non cerca lo shock ma la rivelazione, di nuovi immaginari che si muovono ai margini del mainstream, di comunità, contaminazioni e del futuro dell’horror italiano. Ci racconta anche come vive dall’interno questo progetto corale — un laboratorio di idee, tensioni creative e visioni condivise — dove, tra l’altro, porterà Scrooger – A Nightmare Carol (Bakemono Lab), la sua reinterpretazione oscura e corrosiva del Canto di Natale. E da lì si apre un orizzonte di progetti futuri che non smettono di moltiplicarsi.

 

La prima edizione di Oblivion ha rappresentato un momento fondativo importante. Guardandola oggi, quali aspetti hanno intercettato davvero l’attenzione del pubblico e degli addetti ai lavori, e in che modo questo bilancio ha guidato le scelte progettuali della seconda edizione? E, più in profondità: qual è il sogno di Oblivion che stai cercando di rendere concreto, passo dopo passo?

In primo luogo, la novità. 5000 visitatori hanno onorato chi vende libri e chi li scrive. Discorso brutale, lo so, ma fa parte del gioco.

In relativo secondo luogo, Roma è scarsa a livello di eventi librari, a parte Più Libri Più Liberi che rappresenta un universo differente. Oblivion è esclusivamente dimora dell’immaginario dark in tutte le sue derivazioni, inclusa la Fantascienza. Di fatto, la nostra fiera è a tema, come le storiche fiere amiche Stranimondi e Marginalia che si svolgono a Milano. Praticamente, Oblivion diventa parte della macrofamiglia di un settore librario estremamente articolato e in perenne evoluzione commerciale e, non in ultimo piano, di estetica e significato per rendere felici gli appassionati e far conoscere ai detrattori delle tematiche oscure e del brivido che, in fondo, i nostri libri parlano dell’uomo e della sua esistenza. A Oblivion (che si svolge a Roma, alla Città dell’Altra Economia il 21 e il 22 febbraio) il pubblico che ama questi generi può conoscere gli editori e i loro autori, sentirli parlare di temi ad ampio spettro su un programma che è tutto fuorché di futile livello, bere una birra con loro, un selfie, un autografo. Il tutto, come fosse una festa a porte aperte, dove le persone che si conoscono solo sulla carta si incontrano nel cuore di questa industria semovente che abbraccia una cultura multidisciplinare (musica, arte figurativa, filosofia).

La scelta progettuale per la seconda edizione è stata una sola: arricchire i contenuti e dimenticarsi dell’effetto novità di Oblivion I. Manca veramente poco alla II, ma il sogno è di far diventare l’irrazionale scritto e stampato – in tutte le sue sfumature, dal brivido alla distopia – un bene prezioso per la cultura nazionale italiana in una città come Roma raggiungibile da quasi un terzo dell’Italia fra Sud e Centro.

 Oblivion nasce come progetto culturale indipendente, in dialogo critico con il panorama editoriale italiano. In cosa senti che la seconda edizione affina o radicalizza questa visione rispetto alla prima?

 In realtà il gruppo di lavoro non ha nella propria filosofia una critica avversa al panorama editoriale istituzionale, semmai a certi meccanismi antiquati che inceppano la diffusione dei singoli titoli. Io personalmente non credo (più) alla solfa che “il pubblico non vuole horror”. Penso solo che ci sia una parte di esso che non lo conosca affatto o come dovrebbe. Rispetto alla prima edizione, il tema è Decolonizzare Territori, un concetto che approfondiremo con 20 discussioni grazie a quasi 80 autori e autrici di tutta Italia in cui mettere in relazione la realtà sociopolitica che ci circonda alla narrativa di genere – di cui è sempre stata lo specchio scuro. In più, abbiamo un’area dungeon, una per la presentazione pura di singoli titoli e l’area newborn, ovvero nuove realtà editoriali. Il resto lo scoprirete venendoci a trovare: ingresso libero, nessuna tessera, nessun timbro sui polsi.

 Condividi la direzione culturale di Oblivion con quello che si autodefinisce “un team di menti appassionate e visionarie”. Come avete lavorato insieme alla costruzione del programma di questa edizione e quali sono stati i punti di maggiore confronto o sintonia?

In questa edizione sono stato più in background, quindi il grosso del brainstorming è frutto dell’ottima attività di Emmanuele Jonathan Pilia (ovvero D Editore, patron e cuore di Oblivion) e di Claudio (aggiungo la squadra al competo: Ettore Bellavia, ufficio stampa; Carlotta Di Casoli, social media manager; Silvia Samorè e Mick Paolino, brainstormers; Alessio Villotti, art director). Il punto di maggiore confronto, ovvero il più arduo, è fare in modo che gli editori partecipanti (che finanziano l’evento) siano rappresentati a rotazione grazie ai panel in cui si avvicendano i loro autori. Il proposito è quello di sviscerare, come detto sopra, gli aspetti del mondo contemporaneo attraverso la visione e le opere dei nostri scrittori di genere.

La fiera mette sullo stesso piano editoria, fumetto, irrazionale, immaginari estremi. Quanto è importante per te che Oblivion non sia solo una vetrina, ma un luogo di riflessione critica e contaminazione tra linguaggi?

Direi fondamentale.

L’horror è una materia in sé di trasformazione, da uomo a scarafaggio e viceversa. Senza contaminazione e confronto, la magia diventa sterile. E questa occasione di incontro mi auguro che sia il crocevia di progetti e relazioni. 

Il Premio Oblivion e gli spazi di pitch diretto con editori e professionisti creano un contatto raro tra autori e filiera editoriale. Che tipo di relazione vorresti nascesse, grazie a Oblivion, tra chi scrive e chi pubblica?

Una relazione di fiducia e ascolto maggiori. Non sempre tutto può filare liscio in un ambito ancora in piena innovazione.

Oblivion ospita soprattutto realtà indipendenti e non allineate. Che ruolo hanno oggi, secondo te, gli editori e gli autori che lavorano ai margini del mainstream nella costruzione di nuovi immaginari?

Dopo la prima edizione è emersa una forte sensazione di comunità. Pensi che Oblivion possa diventare un punto di riferimento stabile per la scena horror, weird e speculativa italiana?

A mio avviso, e sottolineo che parlo a mio esclusivo titolo, la narrativa mainstream vive di paletti, modelli e teorie di scrittura lontane da ciò che un’opera scritta deve suscitare in chi legge. In realtà non siamo ai margini, ma lavoriamo in un mondo parallelo in cui gli autori e gli editori possono concedersi libertà espressive soprattutto in un tempo in cui temiamo di poter essere sostituiti dall’IA (credo non succederà ma non vorrei perdermi in elucubrazioni).

Io sono estremamente convinto che Oblivion possa diventare un appuntamento stabile, che dirami il messaggio a un pubblico sempre maggiore e sempre più fiducioso in questo weekend dedicato all’immaginario fantastico.

La scelta di una location come la Città dell’Altra Economia e l’ingresso gratuito suggeriscono un’idea precisa di accessibilità culturale. Quanto conta, per te, il contesto in cui una fiera prende forma?

Il contesto è tutto. Dalla mia esperienza di fiere, festival e concerti, ogni evento pubblico deve avere un grembo adatto. La CAE ha quel sapore industrial che perfettamente si sposa con i nostri generi. In un altro contesto, sarebbe risultato freddo e alieno. Ho immaginato subito questa location perché è un luogo cruciale per eventi di portata “alternativa” ma aperto a tutti senza salottismi di sorta. In più: parcheggio libero e facile collegamento FS e mezzi pubblici   (approfitto per menzionare il patrocinio del Comune di Roma, istituzione in cui già abbiamo conquistato ammiratori)… La CAE diventa così – ricordo con piacere che è casa anche degli amici della fiera ARF! dedicata al fumetto – una dimensione urbana in cui “accadono solo cose speciali”.

Workshop, panel tematici, forme ibride di narrazione: che ruolo hanno, nella seconda edizione, il fumetto, il gioco e le contaminazioni multimediali rispetto alla letteratura pura?

Come sopra: hanno il ruolo di espandere il terreno immaginario della narrativa di genere in sé, e poi di presentare al pubblico occasionale che, a parte le distrazioni virtuali da smartphone, c’è una galassia di alternative che fanno bene alla mente e (lo dico senza freni) allo spirito.

Guardando oltre Oblivion II: come immagini l’evoluzione della fiera nei prossimi anni e quale spazio vorresti che occupasse nel panorama culturale italiano?

 Lo immagino, come già condiviso coi miei validissimi soci (hanno visione, energie e padronanza del territorio editoriale), e aggiungo adesso, un vero e proprio festival articolato su più giorni, con spettacoli musicali, installazioni di videoarte, mostre, workshop, cinema, ospiti internazionali, laboratori per adulti e fasce scolastiche.

 Nel tuo percorso hai attraversato fumetto, splatterpunk, traduzione, musica, performance: un’artigianalità totale. Che cosa diresti oggi a chi vuole scrivere storie “estreme” senza cadere nel gratuito — come si costruisce un orrore che non è solo shock, ma rivelazione?

 Direi di guardare semplicemente – ma ineluttabilmente – ai maestri del passato. Molti diranno sbuffando: “oddio, basta”, e invece no. Senza Poe, Lovecraft, Buzzati, Maupassant, Bierce, Verga, gli Scapigliati, Hitchcock, Alberto Breccia, non è possibile nutrirci di  quella semplicità che è solo apparente ma carica di potere immaginifico. Oggi, scrivere una storia fatta di eccessi è estremamente semplice, anche perché gli orrori del mondo reale ci anestetizzano. Oggi dobbiamo lavorare per sottrazione, al fine di ottenere lo shock necessario. 

 Il tuo immaginario dialoga con Barker, Ketchum, Laymon, Campbell, ma anche con la tradizione italiana più obliqua. Quali libri — italiani o internazionali — consiglieresti a chi vuole capire davvero dove nasce il perturbante contemporaneo?

 Mi fai accostamenti lusinghieri, ma di fatto nomi che hanno contribuito a miei graduali salti quantici nel tempo. Specialmente Jack Ketchum, che ho avuto la fortuna di conoscere di persona. Il perturbante contemporaneo nasce proprio da questi signori sopracitati, i quali, assieme a David Cronenberg, David Lynch, Sam Raimi e Peter Jackson (senza trascurare John Carpenter, Tobe Hooper), hanno restaurato l’universo con il body horror e lo slasher di fine Settanta-inizio Ottanta. I libri irrinunciabili? Eccoli: Libri di Sangue e Gioco Dannato (Barker), La casa della bestia (Laymon), La ragazza della porta accanto (Ketchum), La setta (Campbell) da cui il film Nameless di Balaguerò. 

 Tra narrativa, fumetto, musica, docenze e nuove collaborazioni editoriali, il tuo lavoro sembra sempre in mutazione. Su cosa stai lavorando ora — e quale forma pensi prenderà il “prossimo” Di Orazio?

 Attualmente sto lavorando alla curatela della più grande antologia horror della storia, ovvero 666 racconti del terrore (Delos), con Marika Campeti e Claudia Cocuzza; a Oblivion presento Scrooger – A Nightmare Carol (Bakemono Lab), la mia versione del Canto di Natale; sto scrivendo un saggio e in parallelo il capitolo conclusivo della delittrilogia (Primi delitti, Nuovi delitti e) Delitti Finali, D Editore). Ancora narrativa, quindi, ma inizia a farsi strada la voglia di tornare al fumetto. Staremo a vedere… Grazie, Bokononisti, ci vediamo a Oblivion!