Il morto presunto

Autrice: Piera Rampino

Editore:  Agenzia Alcatraz

Data pubblicazione: novembre 2025

ISBN: 978-88-85772-65-6

Pagine: 248

Formato: brossura

 

 

 

Una commedia nera sull’identità che gioca con i classici per raccontare noi stessi

C’è un confine impercettibile che divide ciò che siamo da ciò che viene attestato. Tra esistere davvero e vederlo riconosciuto ufficialmente passa una soglia fragile. Basta poco perché la realtà si trasformi in una sua rappresentazione, e la verità in un timbro su carta. Tra l’essere e l’apparire c’è uno spazio minimo, quello tra la sostanza e il suo certificato.

In questo margine si inserisce Piera Rampino, dando vita a un romanzo in cui la burocrazia — la più ordinaria e pedante delle creazioni umane — scatena una crisi tanto profonda quanto insieme grottesca e dolorosa.

Alla base della vicenda c’è un errore anagrafico: Cosimo Praticò viene registrato come morto. Un episodio incredibile, ma non impossibile: situazioni del genere possono verificarsi davvero (e forse accadono già) e Rampino le trasforma in punto di partenza per la narrazione.

L’idea è di una semplicità geniale, quasi kafkiana: come si dimostra l’ovvio?  cosa accade quando l’autorità che dovrebbe certificare la tua esistenza la nega, e ti costringe a difenderti dall’accusa di essere… te stesso?

Un eroe che non è eroe: Cosimo o l’arte dell’autoinganno

Cosimo Praticò è un protagonista in sottrazione, un uomo che ha fatto dell’ombra la propria zona di comfort. Lo si percepisce come una figura gentile, moderata, quasi timida, ma non per mancanza di carattere: è piuttosto un’identità costruita per evitare conflitti, un’esistenza levigata da anni di quieto adeguamento. Il suo cognome, Praticò, sembra già tradirlo: promette concretezza, stabilità, pragmatismo, ma in realtà annuncia la sua incapacità di gestire la realtà quando questa smette di assomigliare alle sue aspettative.

Rampino lo racconta con grande sensibilità psicologica, mettendo a nudo un tratto pirandelliano decisivo: Cosimo non è tanto un uomo che non vede, quanto uno che sceglie di non vedere per preservare la propria fragile idea di armonia domestica. La frase che gli viene rivolta — e che pare uscire direttamente dalle Novelle per un anno — lo smaschera:
«Hai gli occhi spalancati, ma sei cieco… La vita ti passa accanto senza neppure sfiorarti.»
È un rimprovero, ma anche una lettura spietatamente lucida: Cosimo non è ingenuo, è protetto da un guscio di autoillusione, simile ai personaggi di Svevo che osservano la vita da lontano, senza mai toccarne davvero il nucleo.

La famiglia come teatro grottesco

La morte burocratica di Cosimo diventa, paradossalmente, un’occasione di rifioritura per chi lo circonda. Invece del dramma, arriva un inatteso sollievo; invece della paralisi, un miglioramento generale dell’atmosfera domestica. La famiglia — moglie, figli, fratello — ritrova slanci, energie e spazi che sembravano compressi dalla presenza discreta, ma anche ingombrante nella sua passività, di Cosimo.

Qui Rampino disegna un grottesco che ricorda il sorriso storto di Gogol: bastano pochi millimetri di errore amministrativo perché la normalità cada a pezzi, rivelando ciò che stava lì, nascosto in bella vista. La casa, il luogo della stabilità, si trasforma in un teatro di ruoli in cui ogni personaggio recita la parte che gli è stata assegnata dagli altri, e dalla quale ora sembra liberarsi.

Il risultato è un microcosmo pirandelliano in cui nessuno è davvero se stesso, e tutti — in modo sottilmente inquietante — sono meglio senza Cosimo.

Un romanzo che parla di noi: tra autoinganni, certificazioni e identità

Il grande merito di Piera Rampino è quello di utilizzare una vicenda paradossale come specchio della condizione contemporanea. Viviamo in un’epoca in cui l’identità è spesso mediata, certificata, confermata da sistemi esterni: codici, documenti, numeri, profili. Chi sei, sempre più spesso, è ciò che risulta nei database. Se qualcosa va storto in quel mondo parallelo, il tuo stesso statuto di esistenza entra in crisi.

Cosimo diventa così un personaggio universale: non rappresenta l’errore di un ufficio, ma il nostro bisogno di essere riconosciuti, visti, confermati. Ed è in questa tensione tra identità vissuta e identità registrata che il romanzo sfiora l’allegoria moderna, riportando alla luce temi che i più volte citati Kafka e Pirandello avevano intuito in un mondo meno burocratizzato del nostro, ma già incline allo smarrimento.

Lirismo delle descrizioni ambientali

Oltre all’accuratezza nel tratteggio psicologico dei personaggi e all’ironia grottesca che permea la narrazione, ciò che colpisce è il lirismo visivo che Rampino infonde nel romanzo, capace di trasportare il lettore in paesaggi sensoriali di grande potenza evocativa. La natura assume il ruolo di vero e proprio elemento narrativo: non viene semplicemente descritta, ma interpretata, facendosi specchio delle emozioni che animano i protagonisti. I sentimenti prendono forma nei boschi, nella neve, nei cieli che fanno da sfondo alla vicenda.

Espressioni come «I raggi scintillavano oltre il fitto del bosco…» oppure «Una distesa abbacinante di neve apparve di fronte a loro…» non sono meri dettagli scenografici, ma traducono stati d’animo, diventando riflessi delle tensioni interiori dei personaggi. La natura, in questo modo, si trasforma in un controcanto discreto, e talvolta persino in voce narrante, come suggeriscono i passaggi «Sul ramo sopra la sua testa cantava un usignolo…» e «Sulle montagne balenavano i primi fulmini…». Il lirismo che ne emerge accompagna con delicatezza lo sviluppo interiore dei protagonisti, senza mai sovrastarli.

Teatralità dei gesti e regia narrativa

Un ulteriore elemento caratterizzante del romanzo è la sua dimensione teatrale. Non riguarda solo i dialoghi, che sono dosati con una precisione quasi da palcoscenico, ma anche l’attenzione che Rampino dedica alla descrizione dei gesti nelle scene processuali: «Il testimone abbassò gli occhi…», «Fabio Contini si voltò, levando l’indice…», «Il magistrato batté le nocche sul codice…». Questi movimenti assumono il valore di vere e proprie didascalie, trasformando le udienze in autentiche rappresentazioni sceniche. In queste pagine, la scrittura non si limita a narrare, ma costruisce una vera e propria regia, facendo emergere tensioni, esitazioni e micro-dialoghi tra i corpi ancora prima che tra le parole.

La dissoluzione dell’identità

Nelle ultime pagine del romanzo, Rampino accompagna il lettore dentro il disorientamento interiore di Cosimo attraverso uno stile sobrio e controllato, che permette al malessere di affiorare senza mai scivolare nell’eccesso. Le vertigini, il senso di oppressione e la staticità sul letto non vengono narrati come una rovinosa caduta dell’identità, bensì come la fatica di un uomo che non riesce a conciliare ciò che prova con ciò che gli viene imposto di essere.

La sequenza del trattamento — «I primi giorni del trattamento erano stati orribili…» — trasmette questa condizione con una compostezza che colpisce più di qualsiasi dramma: il corpo di Cosimo appare disallineato, la percezione della realtà vacilla, mentre Franca, in silenzio, incarna una presenza che osserva senza giudicare né intervenire.

Proprio in questo punto emergono forti richiami sveviani: la difficoltà nell’immergersi completamente nella vita, la sensazione di essere separati dal resto del mondo, l’impressione di un equilibrio interiore che si incrina.

Il grottesco come specchio

La domanda che viene posta a Cosimo durante il processo —«Per quale motivo continua a proclamarsi perfettamente in vita?» —non rappresenta soltanto un cortocircuito giuridico: si insinua come un dubbio universale, scavando nelle pieghe più intime della condizione umana. Chi siamo davvero, quando lo sguardo degli altri non ci restituisce più un riflesso? E fino a che punto la nostra identità si regge sulla presenza di chi ci riconosce?

Il morto presunto sorprende perché riesce a essere raffinato senza risultare distante, capace di coinvolgere senza mai indulgere nella semplificazione. Rampino intesse una trama che ondeggia tra le inquietudini kafkiane, il gioco di specchi pirandelliano e le ironie di Gogol, muovendosi tra il surreale quotidiano e le ossessioni dell’esistenza.

È un romanzo che parla, con misura e profondità, della vulnerabilità su cui ciascuno di noi edifica il proprio paradiso privato — quello spazio fragile di illusione che ci consente di andare avanti senza troppe domande. Finché non accade che la burocrazia, o forse la vita stessa, ci decreta “morti”. E allora, in quell’istante di sospensione, non ci resta che rimetterci in cerca della verità, come se — per citare Kafka — «Chi cerca non trova, ma chi non cerca viene trovato.»

 

  • Perché si: un romanzo che ti fa ridere, tremare e — soprattutto — riconoscerti.
  • Perché no: qui troverai specchi incrinati, paradossi e una realtà che non sempre rassicura .