Statuine

Autrice: Alice Cervia

Editore:  Delos Digital

Collana: Frattali

Data pubblicazione: Novembre 2025

ISBN: 9788825434545

Pagine: 44

Formato: ebook

Avevamo già letto e apprezzato Alice Cervia e pensavamo di sapere come muoverci. In Statuine quella lingua asciutta c’è, ma entra prima, taglia più corto, non aspetta. Le storie partono quando sei già dentro.

Succede già nel racconto d’apertura. Il libro lo dichiara subito con una scena iniziale più chiara di qualsiasi premessa: in un convento, una donna anziana guida la produzione di dodici statuine femminili; le novizie impastano argilla e gesso con lo sputo, lei lavora l’osso perché “si vende meglio”, e l’abate passa a controllare che ogni figura sia senza difetti prima di portarla in città, dove verrà comprata per “esaudire” desideri maschili, che riguardano corpi e destini di altre donne. In quel panno rosso, in quelle miniature “anatomicamente ineccepibili”, c’è già il tema simbolico che poi torna e si trasforma: la donna ridotta a forma, a oggetto maneggevole, a promessa da consegnare, mentre la fatica e la fame restano fuori campo—non invisibili, ma trattenute sotto la superficie come una macchia che non smette di filtrare.

Il titolo aiuta e depista insieme. “Statuine” fa pensare a miniature, a racconti da consumare in fretta; poi ti accorgi che la misura ridotta serve solo a rendere più maneggevole ciò che racconta, come certi oggetti da tenere in tasca che però pesano più di un mobile. I racconti sono brevi, sì, ma non danno quella sensazione di velocità. Piuttosto quella di qualcosa che ti è passato sopra senza chiedere permesso, e che dopo continui a spostare di posto mentre leggi il resto.

 

Da quella stanza del convento, con l’abate che controlla e le monache che lavorano in silenzio, il resto procede per variazioni: ogni racconto sposta luogo e situazione, ma cambia poco la regola.

Dal convento il libro cambia spesso scenario, ma non passo. Il “Grand Hotel Tramonto”, una chat di ristorante che in poche ore riscrive una vita ordinaria, interni domestici dove le soluzioni pratiche si accumulano fino alla fine più ridicola e feroce, un disegno sul frigo che perde pezzi giorno dopo giorno.

Quasi tutto nasce da ambienti che conosciamo: pianerottoli, uffici, ambulatori, chat, condomìni, piccoli negozi. Il fantastico arriva già sporco di vita pratica, con la stessa logica con cui arrivano le multe dell’amministratore o le parcelle. Stanze, corridoi, cucine, ascensori.

La statuina sta al centro anche per questo: è piccola, fatta per stare nel palmo. Nel libro questa funzione è evidente fin dall’inizio — le statuine vengono comprate per ottenere qualcosa su altre donne — e ritorna più avanti in modo meno diretto, ogni volta che un oggetto smette di restare sullo sfondo.

Questa insistenza sugli oggetti non produce un catalogo di stranezze. Conta piuttosto come entrano nelle relazioni e quanto velocemente prendono spazio. L’ombrello che bisbiglia consigli utili diventa una presenza. Il disegno sul frigo, da regalo innocuo, comincia a sottrarre pezzi di realtà. Nel negozio di parrucchiera di Tagli la materia stessa prende peso: ciocche che cadono, sacchi trascinati in un ripostiglio, la statuina d’osso sul panno rosso.

La lingua resta asciutta e si limita ai gesti e alle conseguenze.

Storia dopo storia, Cervia insiste: mette una donna in una situazione solo apparentemente gestibile e la segue mentre accetta, o cede qualcosa. Un favore, un consiglio, una soluzione rapida, una scorciatoia. Da quel momento qualcun altro comincia a decidere. Che sia un direttore di ospizio, un oggetto parlante o una comunità che ringiovanisce, il corpo e la vita restano lì, governati da forze che all’inizio sembravano marginali.

In “La perfezione” basta una fotografia perché una vita cominci a ridursi: il corpo diventa misura, disciplina, sottrazione. In “Rivoluzione” lo stesso movimento si allarga e diventa collettivo: la storia registra cosa succede quando le decisioni vengono prese per stanchezza e la reazione arriva tardi.

Diete che diventano religioni private, rinunce accettate senza fare troppe domande, diritti che spariscono senza una data, frasi dette a mezza voce per non litigare. È una violenza che passa per cose lasciate andare per comodità, e quando esplode lo fa senza bisogno di retorica.

Dopo la disciplina del corpo e quella politica, il libro sposta l’attenzione su un’altra valuta: la memoria. In “Il cuore della notte” diventa moneta di scambio — un tetto, pasti caldi, dieci anni di servizio e l’oblio promesso come ricompensa. Altri racconti prendono strade diverse, ma il prezzo resta lo stesso: quello che si lascia decidere ad altri finisce sempre per tornare sul corpo.

Dentro molte storie c’è anche il peso del disagio, quello che di solito resta fuori dalle trame ben educate: dipendenze, vergogna, isolamento, panico, fame, ossessione. Cervia lo tratta come una condizione di base. Per questo certe scene fanno male: sembrano troppo vicine per poterle archiviare come “genere”.

Quando la raccolta arriva a Tagli e rimette in scena, in un negozio di provincia, quella statuina d’osso appoggiata sul panno rosso, il giro si chiude senza cerimonie. La badessa del convento all’inizio lavorava per produrre dodici corpi in miniatura destinati alle case dei notabili; qui una parrucchiera lavora per accumulare “dolori di tutte le donne” in un vuoto dietro una porta, e la statuina sullo scaffale sembra sorvegliare il conto.

È il punto in cui la domanda implicita del libro diventa più tagliente: dodici vite separate o una sola figura che attraversa dodici modi di finire, cambiando maschera ma restando la stessa materia? L’autrice non lo chiarisce; preferisce lasciare che il lettore senta sulla pelle la ripetizione.

La cosa più difficile, finito, è scegliere dove mettere la distanza. La tentazione è trattare tutto come parabola, come esercizio di stile nero. Poi restano addosso dettagli minuti — un corridoio, un oggetto, una frase di servizio — e capisci che la distanza la stai chiedendo tu, non il testo.

Alla fine di Statuine resta una sensazione poco accomodante, ed è probabilmente il suo pregio più forte. Non c’è una sorpresa finale che rimetta tutto a posto, né una posizione comoda da cui guardare le storie. La statuina sul panno rosso continua a stare lì anche dopo l’ultima pagina.

Statuine non chiede adesione morale né empatia immediata. Chiede attenzione ai gesti minimi, alle decisioni mollate strada facendo, a quello che si lascia decidere ad altri per comodità, e continua a togliere al lettore l’idea che tutto questo appartenga a un altrove innocuo.

Perché sì: perché mette in fila storie brevi che sembrano gestibili, finché non lo sono più.

Perché no: vedi sopra.