L’ultima cura
Autrice: Elena Mandolini
Editore: Dark Zone
Data pubblicazione: ottobre 2025
EAN: 9791281846135
Pagine: 248
Formato: brossura
Con L’ultima cura Elena Mandolini ci consegna un romanzo che sfugge alle etichette canoniche: thriller psicologico, horror, fantasy, romanzo d’amore e persino fantascienza si intrecciano in una trama che ha come fulcro la mente umana e la sua fragilità. L’autrice attraversa questi territori con una voce personale, elegante e visiva, capace di dare forma a un immaginario inquieto e insieme profondamente umano.
La protagonista, Claudia, è una scrittrice di thriller e horror che si trova a combattere contro una malattia neurologica devastante: attacchi epilettici violenti che minano la sua stabilità e la costringono a rivolgersi al dottor Mereu, primario di Neurologia all’ospedale Sant’Anna di Roma. Ricoverata in clinica, Claudia si muove in un ambiente asettico e inquietante, dove la routine medica si mescola a percezioni alterate, ricordi frammentati e legami improvvisi con sconosciuti.
Mente, memoria, identità, immaginazione
Tutto si concentra sul modo in cui Claudia percepisce se stessa e ciò che la circonda, una percezione che la malattia incrina e rende incerta. Nel romanzo la mente non è un semplice contenitore di pensieri, ma il luogo in cui si gioca la possibilità di restare ancorati alla realtà. Quando questa struttura comincia a vacillare, anche le certezze più solide si sfaldano.
La memoria è il primo elemento a mostrare le crepe. Ricordi che si sgretolano in frammenti che non combaciano, sensazioni che non trovano un’origine precisa: tutto contribuisce a creare un senso di disorientamento che non riguarda solo la protagonista, ma coinvolge anche il lettore. La memoria non è più un archivio affidabile, ma un territorio scivoloso in cui ogni passo può rivelarsi ingannevole. E quando la memoria perde coesione, anche la ragione fatica a mantenere un ordine.
Da qui nasce la crisi dell’identità. Claudia non mette in discussione soltanto ciò che le accade, ma anche chi è nel momento stesso in cui le cose accadono. La sua identità si sfuma, si sdoppia, si ricompone in forme nuove e incerte. Le relazioni che instaura – improvvise, intense, a volte inspiegabili – diventano specchi deformanti che riflettono parti di sé che non riconosce più. In questo spazio di vulnerabilità si inserisce il dialogo costante tra attrazione e distruzione, tra Eros e Thanatos: due forze che non si oppongono, ma convivono e si alimentano a vicenda, segnando il ritmo emotivo del romanzo.
A complicare una dinamica già intricata fra queste due forze, ne arriva un’altra: Hypnos. Quando la realtà diventa troppo instabile, il sogno, l’immaginazione, il ricordo, si trasforma nell’unico luogo in cui Claudia può ancora esercitare un controllo. La scrittura, i personaggi che ha creato, i mondi che ha costruito diventano un rifugio e, allo stesso tempo, una minaccia: perché ciò che nasce dall’immaginazione può diventare più solido della realtà stessa. Il romanzo gioca costantemente su questa soglia, lasciando che i due piani si contaminino fino a rendere difficile distinguere dove finisca l’uno e inizi l’altro.
Una tensione che cresce senza rumore
Ciò che emerge con maggiore chiarezza in L’ultima cura è la capacità di Elena Mandolini di costruire una tensione che cresce in modo costante, senza ricorrere a scorciatoie narrative. La storia avanza attraverso piccoli scarti, dettagli che si accumulano e creano un’inquietudine sempre più definita, rispecchiando la progressiva perdita di orientamento della protagonista. Questo approccio permette al lettore di condividere lo stesso smarrimento di Claudia, seguendola mentre la realtà si incrina e le percezioni diventano meno affidabili.
L’ambientazione ospedaliera contribuisce in modo decisivo a questo effetto. L’ospedale diventa un luogo claustrofobico e perturbante, specchio della mente della protagonista: un labirinto di corridoi e reparti; uno spazio che isola e disorienta, e che diventa una sorta di estensione dello stato interiore di Claudia, rendendo palpabile la sua difficoltà a distinguere ciò che vede da ciò che sogna, ricorda o crede di ricordare.
A dispetto della trama che è volutamente complessa e disturbante, la scrittura dell’autrice è limpida e diretta. L’autrice evita il compiacimento formale e privilegia una prosa che restituisce con precisione sia la confusione della protagonista sia i momenti di lucidità improvvisa. È una voce che mantiene un ritmo costante, sostenendo la tensione senza mai rallentare e permettendo al lettore di restare immerso nella vicenda anche nei passaggi più ambigui.
Il finale (che non riveliamo ovviamente!) è uno degli elementi più riusciti del romanzo. Non offre una chiusura rassicurante, ma lascia aperto uno spazio di ambiguità che rispecchia perfettamente il percorso della protagonista. È un epilogo che invita a riconsiderare ciò che si è letto alla luce della fragilità della mente, senza pretendere di fornire risposte definitive
- Perché sì: mette in scena la fragilità mentale con una lucidità rara, trasformando un thriller psicologico in un’esperienza di smarrimento condiviso.
- Perché no: la deliberata ambiguità della narrazione turberà chi cerca letture “da the e copertina di lana”