PAntascienza al potere

A cura di: Francesco Grasso

Editore:  Edizioni Themis

Data pubblicazione: ottobre 2025

ISBN: 9788896069813

Pagine: 264

Formato: brossura

“PAntascienza al Potere” è un’antologia curata da Francesco Grasso che riunisce quindici autori provenienti dal mondo della fantascienza, della PA e dell’innovazione digitale. Pubblicata da Edizioni Themis nel 2025, nasce come ideale prosecuzione del progetto “PAntascienza” e porta la speculazione narrativa dentro i territori — spesso opachi — della governance algoritmica, dell’identità digitale e delle nuove forme di potere amministrativo. Non è un libro “sul futuro”, ma uno strumento originale per leggere il presente.

Immaginate una Pubblica Amministrazione che funziona davvero. Decisioni rapide, procedure coerenti, nessuna discrezionalità, nessun errore umano. Un sistema che non si stanca, non dimentica, non si contraddice. Per molti, questa descrizione non ha nulla di inquietante: assomiglia a una promessa. Ed è proprio da questa promessa — così rassicurante, così familiare — che il volume comincia a fare paura. Non perché immagina un futuro distopico, ma perché prende sul serio desideri molto diffusi del nostro presente.

L’antologia parte da una constatazione semplice e spesso rimossa: la trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione non è più una questione tecnica, ma una questione di potere. Algoritmi che supportano le decisioni, identità digitali che regolano l’accesso ai diritti, piattaforme che mediano il rapporto tra cittadino e Stato. Non scenari remoti, ma infrastrutture già operative, spesso presentate come inevitabili. La fantascienza, qui, non serve a inventare mondi lontani: serve a rendere visibile ciò che stiamo normalizzando.

Chi lavora con il diritto, con la PA o con il digitale sa quanto sia difficile discutere questi temi fuori dal linguaggio tecnico. Norme, standard, interoperabilità, sicurezza: strumenti necessari, ma che rischiano di occultare l’impatto reale delle scelte. L’antologia compie un’operazione diversa: sposta il discorso dal “come funziona” al “cosa produce”, mostrando cosa accade quando una procedura diventa incontestabile o quando un algoritmo smette di essere un supporto e diventa un decisore.

Qua

Il futuro come comprensione del presente

In questo senso, la fantascienza dell’antologia non è un genere di evasione, ma un metodo di analisi. Funziona perché sposta il problema di pochi centimetri: quanto basta per renderlo visibile. È uno scarto minimo, ma sufficiente a far emergere ciò che, immersi nei processi quotidiani, non riusciamo più a distinguere. Quando si parla di Pubblica Amministrazione, diritto e trasformazione digitale, questo scarto è particolarmente utile: la PA è un organismo complesso, stratificato, spesso opaco anche per chi vi lavora dentro, fatto di norme che si sovrappongono e procedure che si sedimentano.

“PAntascienza” al Potere lavora esattamente su questo punto. Non usa l’immaginazione per fuggire dal presente, ma per interrogarlo. Identità digitale, automazione delle decisioni, gestione dei dati, trasparenza, responsabilità delle scelte automatizzate: temi che nella vita quotidiana arrivano sotto forma di adempimenti, notifiche, interfacce. La narrativa li restituisce alla loro dimensione politica, trasformandoli in domande invece che in obblighi da eseguire, e riportando al centro ciò che la routine amministrativa tende a rendere invisibile.

Il “futuro prossimo” evocato dai racconti non è una previsione, ma un laboratorio: il luogo in cui osservare cosa accade quando un’IA entra in un processo decisionale senza adeguati presidi di responsabilità, o quando un sistema di autenticazione diventa un filtro di cittadinanza. La narrativa permette di simulare questi scenari senza subirli, esplorandone le conseguenze prima che diventino strutturali o irreversibili.

C’è poi un elemento ulteriore: la fantascienza è una lingua comune. Parla a chi conosce la tecnologia e a chi la teme, a chi lavora nella PA e a chi la incontra solo quando è costretto. È un terreno neutro in cui si può discutere di potere, governance e diritti digitali senza cadere né nel tecnicismo né nella retorica, offrendo uno spazio condiviso in cui il cittadino può riconoscersi senza sentirsi escluso. In questo senso, leggere fantascienza sulla PA non è un passatempo colto, ma un esercizio di cittadinanza.

Il futuro come crash test del potere

Il valore dell’antologia sta nella sua capacità di fare ciò che la saggistica tecnica non può permettersi: portare i sistemi al limite per vedere dove cedono. Ogni racconto prende un elemento reale — una procedura, una tecnologia, un principio giuridico — e lo spinge “oltre il plausibile”, non per gusto dell’eccesso, ma per rendere visibili le linee di frattura che nel presente restano implicite. È un’operazione di stress test narrativo che non cerca l’effetto spettacolare, ma la rivelazione dei punti ciechi.

Non si tratta di chiedersi come funziona un sistema quando tutto va bene, ma cosa accade quando cambia scala, quando un presupposto viene estremizzato, quando una soluzione pensata per semplificare diventa strutturale. Sono domande che nel dibattito istituzionale spesso restano impronunciabili, ma che la narrativa può formulare senza vincoli, proprio perché non deve rispondere a un mandato politico o normativo.

L’antologia non indulge nella distopia urlata né nella satira fine a sé stessa. I racconti non descrivono mondi crollati, ma sistemi che funzionano fin troppo bene. Governi efficienti, procedure impeccabili, decisioni coerenti. È questa normalità iperfunzionante a renderli inquietanti: il problema non emerge quando il sistema si rompe, ma quando continua a operare ignorando ciò che resta fuori dal modello — il dubbio, l’eccezione, la responsabilità individuale.

Ogni scenario estremo diventa così una lente su un nodo reale di governance. Il voto ai defunti parla di scelte e inoegno politico; l’IA al governo interroga la responsabilità quando la decisione è formalmente corretta ma moralmente insostenibile; la gestione dell’imprevisto — che si tratti di alieni, telepatia o emozioni collettive — diventa un esercizio su ciò che accade quando le procedure incontrano ciò che non era stato previsto. L’antologia non offre soluzioni né modelli alternativi: produce consapevolezza, e questa consapevolezza è già una forma di competenza civica.

La forza dell’antologia non risiede solo nei temi che affronta, ma nella pluralità delle voci che li mettono in scena. Gli autori provengono da mondi diversi — narrativa, pubblica amministrazione, tecnologia, diritto — e questa eterogeneità non è un dettaglio editoriale, ma parte del metodo. Ogni racconto osserva la PA digitale da un’angolazione differente, e proprio questa discontinuità di prospettive permette di cogliere la complessità del potere amministrativo contemporaneo meglio di quanto potrebbe fare una singola voce coerente.

 Il futuro che governa e i governi del futuro

Uno degli elementi più interessanti dell’antologia è la capacità di spostare l’attenzione dalla tecnologia come infrastruttura alla tecnologia come esperienza vissuta. Nei racconti non troviamo descrizioni tecniche di sistemi informativi o modelli algoritmici, eppure il digitale è ovunque: non come apparato invisibile, ma come soglia concreta, come filtro che concede o nega accesso, come entità che prende decisioni senza spiegarsi. Non spiega come funziona: comunica esiti. Accettato o respinto. Autorizzato o escluso. Presente o inesistente.

Nella realtà, strumenti come l’identità digitale, le piattaforme di interoperabilità o i sistemi di autenticazione sono costruiti su standard, protocolli di sicurezza, requisiti normativi. Ma nell’esperienza concreta diventano qualcosa di imperscrutabile: quasi fossero dei guardiani, oracoli non giudicabii, quando non comprensibil. L’antologia intercetta questa percezione diffusa e la porta alle estreme conseguenze narrative, trasformando procedure apparentemente neutre in vere e proprie “creature” del digitale pubblico, dotate di un potere che non hanno bisogno di giustificare.

Questa scelta non è un espediente stilistico, ma una mossa concettuale precisa. Rappresentare un algoritmo come un’entità che governa, un registro come una forma di esistenza, una procedura come un rito di passaggio significa riconoscere che la tecnologia pubblica non è mai solo uno strumento. È un’interfaccia tra individuo e istituzione, e come tale produce fiducia, frustrazione, senso di impotenza o legittimazione. La narrativa rende visibile questa dimensione emotiva senza ridurla a un problema di “user experience”, perché ne mostra le implicazioni politiche e giuridiche, ciò che resta fuori dallo schermo ma determina la vita amministrativa.

La forza dell’antologia sta nel non spiegare questi meccanismi, ma nel farli sentire. I racconti non illustrano come opera un algoritmo: mostrano cosa significa essere governati da qualcosa che non parla il nostro linguaggio. Non descrivono una norma: mettono in scena l’effetto che produce quando viene applicata in modo automatico. È una differenza sottile ma decisiva: sposta il discorso dal funzionamento alla legittimità, dal codice alla condizione esistenziale di chi attraversa la PA digitale.

È in questa tensione tra esperienza vissuta e architettura invisibile che l’antologia prepara il terreno per il passo successivo: non più osservare come funziona la PA digitale, ma interrogare ciò che essa presuppone.

 Il futuro è già qui

Letti nel loro insieme, i racconti rivelano una coerenza che va oltre la varietà degli scenari. A mutare non è tanto il futuro immaginato, quanto l’angolazione da cui viene interrogato un medesimo nodo: chi decide, al posto di chi, e in base a quali presupposti. La fantascienza non inventa nuovi poteri: rende visibili quelli che già esercitiamo — o che abbiamo smesso di esercitare — illuminando le premesse culturali che orientano il nostro rapporto con la PA digitale.

Il primo di questi nodi è la delega, non imposta ma volontaria. Nei racconti il potere non viene sottratto: viene consegnato. In Urne elettorali, i vivi lasciano che siano i morti a decidere il futuro; in Manterrò tutti i miei impegni, la delega assume la forma dell’affidamento etico a un’IA percepita come moralmente superiore; in Il duro lavoro di Mario Wang, diventa totale, al punto da cancellare persino la consapevolezza di governare. In tutti i casi, la tecnologia non crea la rinuncia: la cristallizza, trasformando l’astensione dal giudizio in una scelta strutturale.

A legittimare questa delega interviene l’efficienza. I sistemi tecnologici funzionano: sono rapidi, coerenti, impermeabili alle pressioni. Ma un sistema che funziona non è necessariamente un sistema giusto. In Il governo tecnico, la correttezza formale dei bot parlamentari produce una violenza fredda che elimina ambiguità e compromesso; in Codice inesistente, tutto avviene secondo protocollo, e proprio per questo nessuno risponde davvero delle conseguenze. L’efficienza diventa così un argomento che sostituisce la responsabilità.

Parallelamente, la politica si trasforma da spazio della decisione a sistema di gestione. Non sceglie più tra alternative in conflitto: regola flussi, stabilizza stati, ottimizza comportamenti. La Repubblica delle Emozioni lo mostra con particolare chiarezza: la stabilità sociale non nasce dal confronto, ma dalla modulazione degli stati d’animo. La gestione prende il posto del giudizio, e ciò che funziona diventa automaticamente legittimo.

Prima ancora delle tecnologie, però, è il linguaggio a definire ciò che è pensabile. In La penna e la spada, il potere cede quando il significato delle parole viene deviato; in Alieni: linee guida per la pubblica amministrazione, il linguaggio procedurale diventa uno scudo morale che dissolve la responsabilità; in OWL, il potere agisce attraverso micro-interventi informativi che orientano il contesto senza apparire. La tecnologia più potente è quella che rende inevitabili le decisioni nel racconto che le giustifica.

Infine, l’antologia interroga la trasformazione dell’identità in condizione amministrativa. Si esiste perché si è registrati; si esercitano diritti perché un sistema li riconosce. In Codice inesistente, “Lei non esiste” non è una metafora, ma una condizione tecnica; in Il duro lavoro di Mario Wang, l’identità del governante viene cancellata per garantire imparzialità; in Il governo tecnico, la cittadinanza viene estesa a soggetti non umani sulla base della loro utilità; in Urne elettorali, l’identità sopravvive alla morte e continua a produrre effetti politici. In tutti questi scenari, la cittadinanza diventa uno stato del sistema, non più un’appartenenza politica.

Insieme, questi elementi delineano ciò che l’antologia mette davvero a nudo: un futuro che non anticipa, ma rivela. Le storie mostrano come la delega possa trasformarsi in rinuncia, come l’efficienza finisca per sostituire la responsabilità, come la gestione prenda il posto del giudizio, come il linguaggio delimiti ciò che possiamo pensare e come l’identità stessa venga ridotta a una condizione amministrativa. Non sono scenari remoti né deviazioni immaginate: sono il nostro presente osservato con maggiore nitidezza, un presente che la narrativa porta a fuoco fino a mostrarne le premesse nascoste. Un futuro già presente.

Il futuro che decidiamo di avere

Alla fine del percorso, ciò che emerge non è una mappa del futuro, ma una radiografia del presente. I racconti mostrano quanto le tecnologie introdotte nei processi pubblici siano specchi delle nostre scelte, amplificatori delle nostre paure e delle nostre comodità. Gli algoritmi governano perché chiediamo loro di farlo; le procedure diventano opache perché preferiamo l’inevitabile al discutibile; l’efficienza diventa un alibi che ci solleva dal peso del giudizio. È un’immagine nitida, e proprio per questo inquietante.

Non c’è, nell’antologia, una risposta definitiva su come dovrebbe essere la Pubblica Amministrazione del futuro. Le soluzioni tecniche cambiano, le architetture evolvono, le normative si aggiornano. Ma le domande restano. Chi risponde delle decisioni automatizzate? Chi esiste, per lo Stato, quando l’identità è interamente mediata da sistemi digitali? Che spazio resta al confronto quando tutto è ottimizzato per funzionare? E soprattutto: quanto controllo siamo disposti a cedere pur di non dover scegliere?

È qui che la voce di Francesco Grasso, in Alieni: linee guida per la pubblica amministrazione, risuona con particolare forza. «Fra tutte le stranezze che gli skipper ascrivono alla nostra specie, quella su cui più s’interrogano sono le sovrastrutture che gli esseri umani creano per ingabbiare se stessi… i piccoli dittatori di cui non sappiamo fare a meno… lo sfrenato entusiasmo con cui ubbidiamo a ordini insensati pur di non assumerci responsabilità…» E poi, con una lucidità che non concede attenuanti:  «…in una specie che si dichiara intelligente c’è solo un difetto peggiore dell’idiozia dei padroni e dell’adulazione dei servi: la rassegnazione di chi sa cos’è giusto e tuttavia rinuncia.»

Ed è proprio contro quella rassegnazione — la più pericolosa delle nostre abitudini — che l’antologia sembra volerci mettere in guardia. Non per spaventarci, ma per ricordarci che la tecnologia non è un destino: è una scelta politica e culturale. E che immaginare scenari diversi — anche disturbanti, anche estremi — è il primo passo per non consegnare il futuro alla comodità dell’automatismo.

Se la narrativa non può dirci quale PA avremo, può però ricordarci che ogni infrastruttura è una scelta culturale prima che tecnica. E che il futuro non si prevede: si decide.

 

  • Perché sì: se avete coraggio di vedere un futuro non inventato
  • Perché no: se avete paura di vedere il vero presente