La giostra degli avatar

Autrice: Giovanna Repetto

Editore:  Delos Digital

Data pubblicazione: novembre 2025

ISBN: 9788825434965

Pagine: 101

Formato: ebook

 

 

 

 

 

Un dono che si paga

Una mascherina abbassata un istante, giusto il tempo di capire se l’aria è sopportabile; poi di nuovo su. È un gesto semplice, ma racconta subito chi è Armida Bianchi: una che prende decisioni in fretta e che, per farlo, deve prima mettere ordine in un mondo di odori troppo forti.

Il suo olfatto “decuplicato” la aiuta a riconoscere persone e materiali, ma la costringe anche a una condizione di vita permanente. Per questo ha scelto un esilio in montagna: distanza dagli altri, filtri sempre pronti, ambienti selezionati, pochi odori.

Il talento di Armida, è tutt’altro che un superpotere da fumetto “golden age”: è un potenziamento che ha un prezzo fisico e sociale.

Uomini e copie

A rimetterla in movimento è Max, vecchio collega: si ripresenta dopo anni e la vuole di nuovo a Roma per un caso che, a parole, sembra impossibile da chiudere. Zorro, criminale mascherato, si protegge usando avatar e cloni come fossero controfigure: lo insegui, lo blocchi, e ti accorgi di aver fermato soltanto un sostituto.

Da qui nasce il vero problema dell’indagine: capire quando hai davanti una persona e quando hai davanti un corpo “di servizio”, programmato per stare al posto suo.

Nel frattempo, a Roma ci si è abituati a duplicarsi: qualcuno va a lavorare in presenza mentre manda una copia a fare commissioni, altri girano con un avatar in piazza mentre restano a casa. In una Roma così, dove diventa incerto perfino il concetto di testimone, il naso di Armida diventa l’unica bussola che non dipende dall’immagine.

La Roma futura messa in scena da Giovanna Repetto funziona perché non stravolge tutto: resta riconoscibile, solo che ha preso una piega inquietante. Ci sono piazze e quartieri familiari, interni domestici, oggetti che sembrano usciti da un mercatino (il neo‑vintage torna spesso).

È una nostalgia di facciata: ciò che si vede promette passato e familiarità, mentre ciò che conta davvero (controlli, dispositivi, verifiche) lavora fuori campo. E dentro questa cornice spuntano i doppi. Avatar più o meno trasparenti, cloni sintetici, presenze che si moltiplicano fino a rendere incerta perfino una cosa banale come “chi era davvero lì”.

Il tema, così, smette di essere un giocattolo fantascientifico e diventa una faccenda pratica: se le copie girano ovunque, la fiducia si sposta dalle persone a telecamere, sensori, rilevatori. E qui l’olfatto di Armida diventa una specie di test brutale: non interpreta, registra; e proprio per questo entra in conflitto con un contesto che convive volentieri con l’ambiguità.

Niente fronzoli per una storia che corre dritta al punto

A rendere credibile questo mondo è soprattutto la messa in scena: ritmo e voce tengono insieme il congegno.

Il passo, prima di tutto: il ritmo alterna corsa e soste senza perdere il filo. Le scene d’azione vanno dritte, con attenzione a quello che succede sul momento: spostamenti, scelte rapide, conseguenze.

Subito dopo arrivano pause brevi, spesso nei dialoghi, in cui si rimettono in ordine indizi e sospetti senza trasformare tutto in una lezione. Le informazioni arrivano a piccoli morsi, legate a una necessità concreta, spesso quando l’intreccio deve riallineare molti passaggi, Però il passo resta stabile e il libro si legge con continuità.

A tenere insieme tutto c’è una voce narrante molto riconoscibile: Armida è ruvida, diretta, spesso poco paziente, e questa durezza la rende credibile. I dialoghi fanno gran parte del lavoro: non servono pagine di descrizione, perché i personaggi si capiscono da come parlano, da come si punzecchiano, da come evitano certe domande.

Anche gli oggetti entrano in scena senza “vetrina”: arredi neo‑vintage, dispositivi di sorveglianza, materiali sintetici; li vedi perché qualcuno li usa o ci inciampa. L’ironia, quando arriva, non cerca l’applauso: sembra piuttosto un modo per restare in piedi in un mondo pieno di doppi.

Su questa base entra anche la satira, che qui non è un’aggiunta ornamentale: serve a parlare di “cose serie” senza appesantire. Le battute rendono più visibile l’assurdo di certe abitudini tecnologiche e burocratiche, mentre sotto restano domande pesanti su controllo e responsabilità.

La caratterizzazione dei personaggi è uno dei punti più riusciti. Repetto li fa entrare in scena con un dettaglio e subito li mette al lavoro: un soprannome, un tic, un oggetto di protezione, e capisci chi sono mentre agiscono. Rinaldo ha i paraorecchie che lo rendono insieme buffo e fragile; Gaspare gli occhiali che lo separano dalla luce e dagli altri. In questo modo diventano figure solide, riconoscibili, con un ruolo chiaro e una piccola quota di sorpresa.

Insieme alla protagonista arrivano a formare uno strano trio. Armida combatte con l’olfatto, Rinaldo è inchiodato a un udito ipersensibile, Gaspare a una vista che deve schermare. Sembrano una versione modificata delle famose tre scimmiette (che, tra la’ltro, compaiono a mo’ di easter egg nella storia). Oppure un trio che si forma strada facendo, come nelle fiabe. In stile Musicanti di Brema, per intenderci. Viene naturale pensare (e sperare) che questo gruppo potrebbe reggere un’altra avventura.

Anche lo stile, a ben vedere, segue la stessa linea: concretezza prima di tutto. Le cose tecniche non vengono esibite come trofei, entrano perché servono a far funzionare una scena o a complicare una scelta.

Quando il testo deve spiegare, lo fa quasi sempre legando la spiegazione a un effetto pratico: che cosa cambia in una stanza, in un corpo, in un rapporto di lavoro, quando puoi mandare una copia al posto tuo. Questo modo di scrivere tiene insieme fantascienza e quotidiano senza far sentire uno “stacco” artificiale.

Nei passaggi in cui l’intreccio si infittisce, si percepisce ogni tanto il lavoro di incastro e qualche blocco di informazioni arriva più denso; ma quando la storia colpisce davvero, lo fa tornando sulla pelle, sui nervi, sul fastidio fisico di stare in mezzo agli altri.

Chi c’è davvero ?

Giovanna Repetto ha scritto una storia in cui la tecnologia ricade sul quotidiano e lo altera: il limite fisico che diventa routine, una fiducia che si rompe per un dettaglio minimo, una città che somiglia sempre più a un sistema di accessi e di esclusioni. Il gioco dei doppi sintetici smette di essere un semplice trucco narrativo e diventa un problema che riguarda tutti: non tanto l’inganno in sé, quanto l’assuefazione collettiva alla sostituzione.

In un mondo (non troppo distante dal nostro) di avatar e cloni, l’autenticità diventa merce rara e difficilmente riconoscibile. In questo scenario la sensibilità olfattiva di Armida, proprio perché non coincide con i canali “ufficiali” di identificazione, apre una crepa: registra ciò che l’assetto complessivo tende a ignorare, la differenza tra presenza e simulazione, tra corpo e copia.

Dalla piacevole e scorrevole lettura, sorge un sorriso amaro, legato ad una domanda molto concreta. Se la presenza può essere delegata, se l’identità diventa una pratica fatta di controlli e dispositivi, chi si prende ancora la responsabilità di “esserci” davvero?

In un mondo in cui ci si abitua alla copia e alla sua comodità, l’abitudine a “non esserci” diventa anche un alibi: quando tutti possono sparire dietro un sostituto, chi resta esposto in prima persona e su chi ricade il prezzo?

  • Perché sì: è un thriller che scorre e, nello stesso tempo, un’idea che resta addosso; parla del presente senza proclami; suscita domande senza impartire lezioni.
  • Perché no: può pesare a chi ama i thriller “trasparenti” e lineari o chi cerca il gusto pieno del genere (mondi iper‑disegnati, slang, sottoculture, estetica forte): qui l’orizzonte è più vicino e meno “spettacolare”.