Hikikomori
Autrice: Maria Elena Cristiano
Editore: Aliribelli
Data pubblicazione: febbraio 2026
ISBN: 979-12-5540-291-6
Pagine: 196
Formato: ebook/brossura
Il male in una stanza
Hikikomori non è un romanzo che ti accompagna per mano: ti afferra per il colletto e ti trascina dentro una storia sporca, disturbante e volutamente eccessiva. Parte da una condizione fin troppo riconoscibile: vivere rinchiusi da adolescenti significa lasciare che la stanza diventi l’unico luogo in cui il mondo resta sopportabile, mentre online ci si continua a muovere, parlare, esistere (se di esistenza possiamo parlare).
Maria Elena Cristiano prende questo fenomeno fin troppo reale e lo tinge di sovrannaturale.
Il fenomeno che dà il titolo al romanzo è una solitudine ormai silenziosa e normalizzata. Gli adolescenti chiusi nelle loro stanze diventano presenze quasi invisibili. La loro assenza non fa rumore. Online, però, continuano a esserci: parlano, si espongono, lasciano tracce. La piattaforma che frequentano nasce come uno sfogo, un luogo dove dire ciò che altrove non trova spazio, ma finisce per diventare qualcosa di più ambiguo.
Qui il male sovrannaturale non deve forzare nulla: trova già tutto aperto dal suo omologo reale. Le chat diventano il luogo ideale per consentire di operare ad un’oscura presenza: le identità restano fluide, le difese basse, le emozioni esposte. È questa mobilità a renderlo difficile da afferrare: non ha un centro, non lascia impronte stabili, e agisce solo dove trova fragilità già pronte ad ascoltare.
Un’indagine corale
Una ragazza stermina i genitori e trasmette tutto in diretta; anni dopo, un altro adolescente replica lo stesso schema con una precisione che inquieta più del gesto in sé. Frammenti di violenza che non trovano un ordine. Non esiste un caso formale né un’indagine comune.
Jason Collins, un uomo segnato dal lavoro e da un lutto mai davvero elaborato, avverte la sensazione che quegli eventi troppo simili non siano casuali e che qualcuno stia agendo senza essere visto. Attorno a lui ruota una serie di personaggi che danno al romanzo ritmo, profondità e un’energia corale (come l’autrice sa fare bene!): c’è il figlio Spencer, musicista death metal colto e inquieto; c’è Hector, hacker geniale e anarchico e mente matematica; c’è Helen Falcone, profiler magnetica, che legge l’animo umano con lo stesso istinto con cui analizza il proprio; e infine c’è il neuropsichiatra esperto di fenomeni parapsicologici, figura di confine tra “scienza e abisso”.
A questo punto il romanzo lascia che siano i personaggi a mostrare cosa sta succedendo. La coralità serve a far vedere come lo stesso disagio assuma forme diverse a seconda di chi lo attraversa. Jason Collins resta il centro emotivo della storia, ma non ha mai il controllo della situazione. Spencer si muove su un piano vicino: conosce il linguaggio della rete, ne riconosce i codici, e l’ironia con cui osserva quello che accade gli permette di tenere una distanza di sicurezza. Helen è la più lucida, quella che individua per prima le somiglianze tra i casi. Non c’è un punto da cui guardare senza essere coinvolti. Tutti restano dentro quello che succede, senza la possibilità di tirarsene fuori.
Niente filtri
La scrittura di Hikikomori è diretta e controllata, anche quando affronta le parti più dure. Il romanzo alterna momenti di tensione alta a passaggi più quieti senza mai perdere il ritmo, e lo fa soprattutto attraverso i dialoghi, che hanno un peso reale nella costruzione dei personaggi. Le voci sono riconoscibili, credibili, spesso secche, e dicono molto più di quanto spiegano. L’ironia, quando c’è, resta asciutta e funziona come contrasto, non come alleggerimento. La violenza è esplicita, a tratti estrema, ma non viene mai usata come ornamento: arriva quando serve e lascia il segno. I dettagli sono scelti con attenzione, senza compiacimento, e tengono il lettore dentro la scena anche quando vorrebbe distogliere lo sguardo. Il ritmo segue questa stessa logica. Ci sono accelerazioni improvvise e pause che permettono a ciò che è successo di sedimentare, capitoli che si incastrano senza forzature. La scrittura non cerca effetti speciali gratuiti: procede con precisione, lasciando che siano i fatti e le situazioni a parlare. Ed è proprio questa adrenalinica sobrietà, applicata a una materia così disturbante, a rendere il romanzo ancora più interessante.
Ancora lì
Non pensiamo sia uno spoiler dire che la chiusura di Hikikomori sia priva di qualsiasi forma di rassicurazione. Il romanzo non cerca uno scioglimento che rimetta ordine, né offre una risposta definitiva a ciò che ha messo in moto. Preferisce fermarsi lasciando intatta una tensione di fondo, come se ciò che conta non fosse arrivare a una conclusione, ma mostrare quanto sia fragile l’equilibrio su cui tutto si regge. Le domande restano aperte, così come resta la sensazione che ciò che è accaduto non sia stato un incidente isolato, ma l’effetto di condizioni che possono ripresentarsi. La storia finisce, ma non si chiude davvero: smette di parlare e lascia spazio a un silenzio che pesa più di una spiegazione.
- Perché sì: ti mostra il male quotidiano senza arretrare di un millimetro, e lo fa mantenendo adrenalina e intrattenimento
- Perché no: non offre gratificazioni narrative o letture catartiche.